Da bambina, Libby Day è stata l’unica superstite e testimone del massacro della madre e delle sorelle. Credendo che il massacro sia opera di una setta satanica, Libby testimonia in tribunale contro suo fratello Ben, ritenendolo responsabile. Venticinque anni dopo, Libby viene contattata da un gruppo di investigatori dilettanti, chiamato “Kill Club”, che sostiene l’innocenza del fratello. Durante le nuove indagini i ricordi di Libby ritornano a galla, facendo emergere un’altra verità.

I “Dark Places” del titolo sono i recessi più reconditi della mente; luoghi tenebrosi, misteriosi, inquietanti anche se appartenenti ad una psiche meno traumatizzata di quella della protagonista, la annichilata Libby, incapace di vivere autonomamente dopo la terribile esperienza vissuta da bambina. La sua vita si è di fatto arrestata a quella notte, e da allora è rimasta nascosta, ai margini della società, con l’unico sostegno di caritatevoli donatori; niente lavoro, niente amori, solo un volto duro a fronteggiare gli orrori della società. La molla per innescare un’evoluzione da questa situazione bloccata è il bisogno di denaro, già fattore determinante nella tragedia infantile e ora prepotentemente alla ribalta nella vita di Libby.  Il denaro offertole dal Kill Club, e a lei indispensabile, le fornirà la motivazione per affrontare finalmente i fantasmi e l’oscurità che allignano nella sua memoria, e Libby partirà per incontrare via via tutti i protagonisti del dramma: dal padre assente e violento, oramai solo un relitto che vive in una discarica, alle compagne di scuola, al fratello detenuto che pervicacemente si rifiuta di fornire dettagli su cosa sia realmente successo quella notte. Un ulteriore, fatale incontro fornirà finalmente la chiave del mistero, consentendo a Libby di affrontare la tremenda verità…

Il film è tratto da un best-seller di Gillian Flynn, già nota per un’altra fortunata riduzione cinematografica di un suo libro, L’amore bugiardo (Gone Girl). La pellicola è girata da Gilles Paquet-Brenner, che ha riscosso un ottimo successo negli Stati Uniti con La chiave di Sara.

La storia è ambientata nel cuore agricolo degli Stati Uniti, quella immensa fascia pianeggiante che si estende dal Canada al Golfo del Messico; terra di contadini, di fatica, di povertà, di crisi economiche e naturali che influiscono profondamente sull’animo degli abitanti.  Non è difficile imbattersi nel fanatismo, religioso oDark_Places_2015_poster satanico, che colma i vuoti dello spirito, magari in congiunzione con alcool e droghe; e nell’onnipresente tentazione delle comunità ristrette, il pettegolezzo che sfocia nella calunnia. In quest’ambito si muovono i personaggi nei flash-back che ricreano nella mente della protagonista le vicende del 1985, con il giovane fratello Ben invischiato in brutti affari di brutte compagnie, con incerta consapevolezza delle proprie azioni, e la madre (l’ottima Christina Hendricks, nota per Mad Men) che di consapevolezza ne ha fin troppa, schiacciata dai propri fallimenti, dai debiti e dall’amore per i figli.  L’oscura Diondra, fidanzata satanista di Ben, ruota come un turbine polveroso attorno alla famiglia Day, sconvolgendone i precari equilibri, e rappresentando la punta di lancia di una comunità estranea e ostile lascerà il segno nella storia della famiglia.

L’ambientazione fisica, fotografata a dir del vero senza grandi trovate da Barry Ackroyd (candidato all’Oscar per The Hurt Locker), è di una campagna spenta e polverosa, affogata nella calura estiva, con scenografie minimali del candidato all’Oscar Laurence Bennett (The Artist), luogo derelitto dello Spirito oltre che della Terra.  Né va gran che meglio nei luoghi della storia contemporanea, sempre tendenzialmente squallidi, ancorché più affollati e caotici di quelli del 1985; esemplare la scena della festa al Kill Club, affollato di personaggi morbosi e inquietanti, rappresentazione scalata degli eccessi voyeuristici della nostra società.

Mi sembra che Paquet-Brenner si sia limitato a una convenzionale riduzione del romanzo della Flynn; purtroppo, come già riscontrato in altre occasioni, romanzi di notevole estensione (430 pagine) e complessità di intreccio soffrono inevitabilmente nella trasposizione cinematografica. Di fatto, l’interazione di Libby con i personaggi è forzatamente ridotta all’osso, sì che lo spettatore assiste ad una sequela di incontri più o meno drammatici nei contenuti, ma raramente capaci di coinvolgerlo sul piano emotivo, in ciò non aiutato dalla rigidità espressiva della Theron, paralizzata nello sguardo da maschiaccio indurito dalla vita  dalla prima all’ultima scena.  Di fatto, a parte la già citata Hendricks, che offre un ritratto espressivamente dinamico di una donna allo stremo, tutti gli altri interpreti si allineano sostanzialmente al registro recitativo minimale, senza fughe in avanti neanche dove la situazione lo permetterebbe (vedi gli eccessi satanisti dei ragazzi…).  L’effetto complessivo è di un film che scorre discretamente fino alla  rivelazione finale, ma senza creare suspence né particolare emozione drammatica; neanche gli spunti di critica sociale, con l’abbandono dei derelitti, la piccolezza della società contadina e il voyeurismo del mondo contemporaneo vanno al di là del semplice spunto. Aspetteremo regista e interpreti alla prossima prova.

Titolo originaleId.
RegiaGilles Paquet-Brenner
SceneggiaturaGilles Paquet-Brenner
FotografiaBarry Ackroyd
MontaggioDouglas Crise, Billy Fox
ScenografiaLaurence Bennett
CastCharlize Theron, Christina Hendricks, Nicholas Hoult, Chloë Grace Moretz, Tye Sheridan, Corey Stoll, Andrea Roth, Sean Bridgers, Drea de Matteo, Glenn Morshower
ProduzioneExclusive Media Group, Mandalay Vision, Cuatro Plus Films, Da Vinci Media Ventures, Daryl Prince Productions, Denver and Delilah Productions, Hugo Productions
Anno2015
NazioneFrancia
GenereThriller
Durata113'
DistribuzioneM2 Pictures
Uscita22 ottobre 2015