Non dipingere quello che si vede, perché già si vede, né quello che non si vede perché non c’è, ma dipingere la difficoltà di vedere“(C.Monet).

Questa fra le tante belle citazioni che costellano l’ultima fatica dell’ottantatreenne Godard potrebbe racchiuderne al meglio la poetica. Chiunque sia un minimo avvezzo ad uno dei cineasti più eccentrici della storia del Cinema sa che preoccuparsi di parlare di trama per una delle sue opere (in particolare le più recenti) rischia di apparire un’impresa ridicola. Basti sapere che c’è una coppia (Héloise Godet e Kamel Abdelli) che disquisisce su di sé e sul mondo, c’è un cane che esplora la natura e viene ripreso sotto una fitta pioggia di filosofeggiamenti, c’è Hitler, c’è l’Iphone, ma non c’è un vero inizio né una vera fine.

Ora se non si parlasse di un genio come Godard, probabilmente si penserebbe di destinare la visione di queste elucubrazioni a qualche appassionato di arte sperimentale o a qualcuno che semplicemente abbia voglia di apparire molto intellettuale e molto fuori dagli schemi. In questo caso però c’è il coronamento di un discorso che parte da lontano e un’ analisi sul rapporto tra immagini e contenuto, tra vita e narrazione che non è mai fine a se stessa. Qui i rumori di sottofondo degli ambienti sono invasivi e molesti proprio come nella realtà in cui diviene ancora più difficile comunicare; il 3D che è stato percepito dalla stampa come un improbabile veicolo pubblicitario per un regista ottuagenario diviene invece una potente metafora per (Di)mostrare audie-au-langagecome ogni immagine possa essere composta di più strati e più azioni che si svolgono contemporaneamente. Alcune frasi e battute vengono reiterate nel corso della pellicola con accostamenti ad immagini di volta in volta differenti stravolgendone il significato, la musica è un elemento disturbante e non accompagna nessun climax (perché non c’è nessuno svolgimento in senso proprio) e l’unico spiraglio di speranza è negli occhi del cane che ancora sogna e osserva la Natura per quello che è, perché l’unico modo per vedere il mondo esterno è “osservandolo nell’occhio dell’animale” come appropriatamente sottolinea la citazione di Rilke.

Godard da tempo ne ha persa molta di speranza nei sentimenti, nelle ideologie e nella stessa comunicazione artistica, perché come ha tenuto a precisare nel videomessaggio “Khan Khanne” inviato ai Presidenti del Festival di Cannes che lo hanno premiato con la Palma d’Oro per questo film e che ne rappresenta un corollario perfetto; lui è già fuori artisticamente da qualsiasi establishment e da qualsivoglia cultura globale, perciò era giusto che non fosse presente neppure fisicamente ad un Festival del Cinema del Secolo XXI con le sue luci e le sue star.

Dispiace che tanto coraggio, tanta sana anarchia creativa, sia appannaggio di un vecchietto francese un po’ fuori dal tempo e che il resto del mondo del cinema si muova comunque insieme alle convenzioni ed al mercato, trasgredendo secondo la norma, trattando come arte saghe per adolescenti e isolando chiunque voglia provocatoriamente affrontare contenuti densi con un linguaggio non comune (e non si può non pensare con le dovute differenze alla contumacia riservata ad un altro testardo e ossessivo come Von Trier). Pare evidente che un nuovo Godard non esisterà mai più, ma ad un po’ del suo coraggio o della sua incoscienza artistica sembra comunque giusto aspirare.

Titolo originaleid.
RegiaJean-Luc Godard
SceneggiaturaJean-Luc Godard
FotografiaFabrice Aragno
CostumiMaria Muscalu
CastHéloise Godet, Kamel Abdelli, Richard Chevallier, Zoé Bruneau
ProduzioneWild Bunch, Canal +, QMedia
Anno2014
NazioneSvizzera, Francia
GenereDrammatico
Durata70'
DistribuzioneBiM Distribuzione
Uscita20 novembre 2014