Austin, capitale mondiale della musica: BV (Ryan Gosling) e la compagna Faye (Rooney Mara) sono due musicisti alla ricerca del successo, entrambi legati al mefistofelico produttore Cook (Michael Fassbender). Tra i tre viene ad instaurarsi una sorta di triangolo amoroso, destinato a complicarsi ulteriormente con l’arrivo della cameriera  Rhonda (Natalie Portman).

Da anni Terrence Malick sembra girare sempre lo stesso film: un cast di divi straordinariamente bravi (e belli); la storica crew, nella quale spicca il fidato Emmanuel Lubezki alla fotografia; la camera in perenne movimento, come in un flusso, e l’evanescenza della narrazione. Song-to-Song-poster-620x620Song to Song, ultima fatica del regista texano, non manca di rispettare questa coerenza autoriale granitica, ostentata da Malick e criticata e brandita come arma dai suoi detrattori. Tuttavia, Song to Song – come appartenente a un nuovo genere di cinema – non è solo ripetizione, ma anche variazione sul tema.

L’elemento che si ripete maggiormente di pellicola in pellicola è un certo discorso sull’immagine cinematografica. Malick – già da The Tree of Life – sembra intravedere il futuro dell’immagine-cinema, potenzialmente un magma di immagini realizzate da una pluralità di supporti (fisici e non, grazie alle possibilità offerte dalla CGI). In Song to Song, alla fotografia digitale fluida e definita di Lubezki, si affiancano riprese amatoriali “sporche”, grandangolari, o effettuate da GoPro; immagini astratte e generate al computer e parti di film muti in b/n. Diegesi ed extradiegesi sono azzerate, annullate, così come i nessi logico-narrativi; il voice over che accompagna le scene si tramuta spesso nelle battute dei protagonisti, in un continuo scambio che rompe le consequenzialità spazio-temporali. Allo stesso modo, la macchina da presa coglie sul fatto i personaggi – con interpreti tutti bravissimi e con ampio margine di improvvisazione -, regala impressioni (più che storie), indugia sui corpi. Mani nervose, angosciate, bramose: in Song to Song, il movimento dei corpi sul piano fisico corrisponde a quello dell’animo sul piano interiore. Faye danza, sempre, perché si lascia trasportare (dalla musica, ma anche dagli altri); BV, sempre sul punto di buttarsi (da un pendio, dentro l’acqua, da una sedia), si fa trattenere da qualcuno, l’amata o l’amante di passaggio. Invece, il personaggio di Fassbender, per ammissione dello stesso regista, è paragonabile al Satana di “Paradiso perduto”, corruttore degli animi umani; cioè quello che accade con Rhonda e al suo legame col divino. Il personaggio sottotraccia è proprio Austin, di cui il film cerca di catturare l’essenza sfuggente.

patti-smith-rooney-mara-song-to-songGirato durante alcuni dei più importanti festival della città – e con partecipazioni importanti quali quelle di Iggy Pop, Flea e i Red Hot Chili Peppers, fino ai momenti più toccanti con Patti Smith -, la realtà musicale unica di Austin risulta un pretesto per storie di vite “comuni” e frustrazioni umane, rese estreme da una vita estrema. Perché la musica, canzone dopo canzone, costituisce un sogno ad occhi aperti che solo per poco permette ai protagonisti di dimenticare un privato che emerge con forza rispetto alla musica e dalla musica stessa, relegata in secondo piano. A riprova della centralità della sfera privata, ci sono le reiterate interazioni di quasi tutti i personaggi con i rispettivi familiari, i quali agiscono come specchio e bilance sulle quali essi pesano, inconsapevolmente, la validità di scelte di vita sofferte. È quindi la fragilità umana (con storie d’amore, di sesso, di rapporto con Dio) il fulcro della pellicola, la cercata e mancata libertà dei protagonisti. C’è chi la libertà la ritrova nel modo più doloroso e chi non la ritrova affatto. Alla fine, si perdona e ci si perdona; si lavano via le colpe, le ferite e i rimorsi e ci si ricongiunge in un abbraccio.

La pellicola non esita neanche per un istante ad essere allegorica: i personaggi di Malick sono sì profondamente umani, ma così carichi di simboli che sono da considerarsi al pari di simulacri, idoli quasi religiosi; centrale in questo senso è il personaggio di Rooney Mara, evidentemente combattuta tra Bene (BV) e Male (Cook). Emerge un esistenzialismo di fondo, per nulla estraneo alla poetica malickiana, che appare tuttavia “indebolito” e che difficilmente giustifica realizzazioni ambiziose come quelle del regista texano (come a dire: non sono tutti “alberi della vita”).

songtosong-1487360030-compressedIl reale scarto, la variazione in Song to Song, è allora da ritrovarsi nella narrazione: benché ellittica e rarefatta, si dimostra più lineare e comprensibile dei lavori precedenti di Malick. Gli ultimi lungometraggi, realizzati nell’arco di pochissimo tempo l’uno dall’altro, dopo anni di inattività,  sono forse un modo per sublimare certe angosce, paure, scoperte sull’animo umano, accumulate nell’inoperosità; in tal senso, non si può negare che Song to Song sia il più intimo di questi. È un tassello di un percorso artistico forse ancora poco chiaro; forse, più semplicemente, anche Terrence Malick si è smarrito nell’andamento erratico ed infinito della sua macchina da presa. Nondimeno, suscita piacere e speranza la dichiarazione di Malick di un ritorno ad un cinema più narrativo; ritorno di cui Song to Song sembra, a ragione, essere la prima tappa.

Titolo originaleid.
RegiaTerrence Malick
SceneggiaturaTerrence Malick
FotografiaEmmanuel Lubezki
MontaggioRehman Nizar Ali, Hank Corwin, Keith Fraase
ScenografiaJack Fisk
CostumiJacqueline West
MusicaLauren Marie Mikus
CastRyan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter, Berenice Marlohe, Val Kilmer, Iggy Pop, Patti Smith
ProduzioneSarah Green, Nicolas Gonda, Ken Kao
Anno2017
NazioneUSA
GenereDrammatico
Durata129'
DistribuzioneLucky Red
Uscita10 maggio 2017