La parola ai giurati
Autore: Reginald Rose Adattamento: Giovanni Lombardo Radice
Regia: Alessandro Gassman
Scene: Gianluca Amodio Costumi: Helga Williams
Musica: Pilvio & Aldo De Scalzi
Luci:
Produzione: Società per Attori eTeatro Stabile d’Abruzzo con il patrocinio di Amnesty International
Interpreti: Alessandro Gassman, Manrico Gammarota, Sergio Meogrossi, Fabio Bussotti, Paolo Fosso, Nanni Candelari, Emanuele Salce, Massimo Lello, Emanuele Maria Basso, Giacomo Rosselli, Matteo Taranto, Giulio Federico Janni
Anno di produzione: 2009 Genere: drammatico
In scena: fino al 22 Marzo al Teatro Eliseo di Roma

La seconda prova registica di Alessandro Gassman sorprende anche gli scettici. La parola ai giurati, in scena al Teatro Eliseo di Roma, ha più di uno spunto cinematografico che si amalgama alla perfezione con l’“ambiente teatro”. Le due arti si esaltano a vicenda contribuendo, ognuna col suo bagaglio, a sottolineare la tragicità e l’importanza del tema trattato.
Un testo di impegno civile e sociale incentrato sulla pena di morte, tradotto da Giovanni Lombardo Radice, prodotto dal teatro Stabile d’Abruzzo e Società per Attori con il patrocinio di Amnesty International. La parola ai giurati di Reginald Rose è noto soprattutto grazie a Twelve Angry Men dell’allora esordiente Sidney Lumet che vide nel 1957 un eccellente Henry Fonda nel ruolo di protagonista.
Confronto non semplice ma inevitabile quello tra le due versioni, orgogliosamente superato dallo spettacolo di Gassman. Il talentuoso figlio d’arte, che è anche interprete del ruolo che fu di Fonda, schiera i giurati all’interno di una stanza dando al pubblico l’impressione di spiare i dodici uomini, seduti intorno a un tavolo e con le spalle spesso rivolte alla sala.
Siamo nella New York anni Cinquanta: i giurati devono decidere della colpevolezza o meno dell’imputato, un sedicenne accusato di avere pugnalato il padre. Quando si riuniscono in camera di consiglio, per raggiungere un verdetto unanime, tutto sembra chiaro. La storia del ragazzo, la sua estrazione sociale e il suo essere un violento perché ispano-americano lo rendono automaticamente colpevole. E di questo sono convinti tutti i giurati. Tranne uno, l’ottavo (interpretato da Gassman), che riesce a smontare tutte le accuse e a incrinare le certezze degli altri undici, instillando nelle loro menti un “ragionevole dubbio”, il principio secondo il quale una condanna deve implicare la certezza del crimine. “Non potevo che essere lui – spiega Gassman – visto il mio doppio ruolo di attore e regista. Perché lui stesso è il regista di questi giurati, è la scintilla che accende le micce degli altri personaggi”.
Dei giurati non sappiamo nulla, ma la forza dello spettacolo è tutta nella loro sapiente caratterizzazione. Tra di essi spicca per intensità e bravura l’interpretazione di Manrico Gammarota, il quarto giurato, ultimo a deporre i pregiudizi, che fa da spalla e contraltare ad Alessandro Gassman.
Giochi di luce sottolineano i dialoghi tra i giurati che si fanno sempre più incandescenti, persino quando scambiano le loro opinioni davanti allo specchio della toilette. Le lancette dell’orologio a muro scandiscono il trascorrere del tempo sottolineato anche dai cambi di luce che filtrano da una finestra che dà sulla città. Suggestivo l’effetto della pioggia che batte sui vetri ottenuto con uno spettacolare gioco di luci. E l’incontro di cinema e teatro sul palco è una scelta registica seguita anche nella presentazione finale degli attori che ricorda lo scorrere dei titoli di coda di un film.
La parola ai giurati ha vinto il Biglietto d’Oro Agis-Eti e il Premio nazionale della critica teatrale, cui si aggiungono il Golden Graal e il Pegaso d’Oro.
[patrizia vitrugno]