Al Pacino
Autore: Pierpaolo Palladino Adattamento:
Regia: Pierpaolo Palladino
Scene: Costumi:
Musica: Nino Rota e brani di Dean Martin
Luci:
Produzione: Cubatea srl e Ass. Culturale Racconti Teatrali
Interpreti: Cristina Aubry
Anno di produzione: 2008 Genere: monologo
In scena: Da martedì 3 a domenica 8 febbraio | Teatro Dell'Orologio - Sala Artaud | Via de’Filippini 17/A Roma Tel. 06 6875550 | tutti i giorni alle ore 21.30 domenica alle ore 18.00

Nel buio risuonano le note inconfondibili di Nino Rota per Il padrino di Francis Ford Coppola. 1991, Roma, Studi di Cinecittà. Clara del Quadraro è una delle tante in fila per fare la comparsa ne Il Padrino Parte III. Tra chi ripassa il proprio inglese, chi si liscia i capelli, chi sfodera il suo miglior sorriso “maggico”, Clara è sul punto di abbandonare per fare ritorno a casa, da sola in metropolitana quando fa colpo su Lucky Boy.
Questo è un dispettoso cagnolino in cui la giovane inciampa involontariamente. L’incontro segna l’inizio di una favola. Lucky Boy è infatti il cagnolino di Al Pacino: “Piàcire, I am Al Pacino. Così me lo disse – ricorda lei –. Così: dicendo nome e cognome. Non ricordo nulla di me in quel momento, non so cosa risposi: cercava una segretaria per sé e che fosse precisa e puntuale. A conti fatti non ci siamo detti granché, io guardavo lui, che guardava il cane, che annusava me”.
Così Pierpaolo Palladino, autore e regista del testo, ricostruisce il primo incontro tra il grande attore americano e la giovane ragazza italiana di borgata. Il primo di una serie d’incontri svoltisi nel camerino dell’attore a Cinecittà tra tazzine di caffé, partite a poker con Andy Garcia e John Savage, isterismi, paure e ossessioni che trasformano l’attore sicuro di sé e padrone della situazione nei panni di Michael Corleone, in uomo fragile ed insicuro una volta tornato Al Pacino. Il mito è tale se contemplato a distanza, ma una volta spogliatosi delle luci della ribalta, resta solo un uomo.
Il testo alterna momenti giocosi ad altri più intimi e commuoventi, puntando sulla potenza descrittiva della parola scritta, affidata alle capacità recitative ed evocative di una convinta e convincente Cristina Aubry, nei duplici panni di Clara e di Pacino.
Il monologo si sviluppa veloce attraverso frammenti di racconto, intervallati dalle note di Rota che riecheggiano insieme a brani ‘evergreen’ affidati alla calda vocalità di Dean Martin, coinvolgendo emotivamente il pubblico trasformato in un invisibile voyer che, come dietro uno specchio segreto, entra in punta di piedi nell’intimità di un rapporto non più tra attore e fan, ma più semplicemente tra un uomo ed una donna. La regia lineare, il palcoscenico spoglio, le luci essenziali concorrono a porre l’attenzione sull’attrice, che tiene in mano lo spettacolo guidando lo spettatore in un tunnel fatto di risate, riflessioni, piccole e grandi malinconie. L’unico difetto, se vogliamo, è che dura troppo poco.
[fabio melandri]

   
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