U2 3D
id.
Regia
Catherine Owens, Mark Pellington
Sceneggiatura
----------------------
Fotografia
Peter Anderson, Tom Krueger
Montaggio
Olivier Wicki
Scenografia
-------------------
Luci
---------------------
Musica
U2
Interpreti
Bono, The Edge, Adam Clayton, Larry Mullen Jr.
Produzione
3ality Digital Entertainment
Anno
2007
Nazione
USA
Genere
documentario
Durata
87'
Distribuzione
Digima Free Days
Uscita
28-05-2010
Giudizio
Media

Di questi tempi, un posto a decine di metri dal palcoscenico di un concerto in uno stadio può arrivare a costare diverse centinaia di euro; forse sarà passato anche questo dettaglio nella testa di chi ha pensato di seguire la più celebre band del pianeta con il più grande equipaggiamento per riprese in 3d mai utilizzato per un singolo evento. Se è vero che nulla renderà mai giustizia delle emozioni vissute in diretta, è altrettanto chiaro che la nitidezza dei suoni e il realismo delle immagini messi a disposizione dalle nuove tecnologie possono offrire più di una semplice ripresa di un live.
Così questo film vuole essere semplicemente la cronaca iper-reale di un concerto della fase finale del tour “Vertigo”del 2006 della band irlandese, che toccò i principali Paesi dell’America Latina riscuotendo un entusiastico successo. Gli U2 d’altra parte sembrano il gruppo più adatto ad un esperimento del genere, vuoi per la costante attenzione alle sperimentazioni e al connubio tra visual art e rock, vuoi perché nei momenti migliori della loro musica sono riusciti a stimolare una sorta di terza dimensione percettiva. Così, immaginare gli spazi aperti di “Where the streets have no name” in 3D è davvero una coerente aggiunta ad un discorso iniziato tanto tempo fa e la giusta realizzazione di una musica che già da sola aveva saputo esprimere qualcosa in più. Allo stesso modo, l’intensità semplice di Miss Sarajevo incorniciata da uno stadio interamente illuminato dai telefonini (a fare le veci degli accendini di un tempo) sembra esprimere il concetto che tutto cambia nella forma, lasciando intatta la sostanza di passione e intensità.
Gli U2 sono alla loro seconda esperienza cinematografica a distanza di vent’anni dall’altrettanto ambizioso “Rattle and Hum”, che si proponeva di ricollegare la band alla grande iconografia americana da Elvis a B.B.King, accompagnandoli dalla composizione in studio fino al tour mondiale. Forse qui si vola più basso, ma di sicuro le idee sono più chiare. La regia è stata affidata a Catherine Owens, curatrice della parte visiva degli ultimi tour della band, e a Mark Pellington, regista con un discreto curriculum (Arlington Road, The Mothman Profecies), ma soprattutto cresciuto nella palestra dei videoclip al servizio delle più grandi star internazionali.
In questa maniera, non c’è soluzione di continuità tra l’immagine che milioni di fan hanno visto in giro per il mondo e quello che arriva in sala. I grandi successi della band da “Beautiful Day” a “One” a “New year’s day”, fra cotanto dispendio di mezzi, paradossalmente non vengono filtrati da nessuna lente, ma semplicemente amplificati, ingranditi, colorati talvolta all’inverosimile, ma con al centro sempre il genio di quattro musicisti unici e non la loro sfolgorante cornice. Tutto ciò senza gli inconvenienti del live come il caldo, i rumori, la sporcizia, il fango che furono invece i protagonisti, quarant’anni or sono, di quel film-documentario su Woodstock, che è l’illustre antenato e il lontanissimo e quasi insospettabile progenitore di questo gigantesco caleidoscopio. Dire che le cose siano migliorate è forse avventato, in compenso la noia è ancora tenuta a debita distanza.
[emiliano duroni]