Las Vegas.
La città del gioco d’azzardo. Dietro le mille
luci al neon il deserto. Non per tutti è una città
di passaggio.
Non tutti a Las Vegas passano solo per tentare la fortuna.
Per alcuni, come per Eddie, la vita è tutta qui. Lontano
dalle insegne luminose e dai tavoli da gioco. Eddie fa l’operaio
e vive con la moglie e il figlioletto in una piccola casa
con giardino, frutto di tanti anni di duro lavoro. La notizia
che il bottino di una rapina possa essere sepolto sotto il
proprio giardino induce Eddie a scavare nel terreno. E, anche
quando l’evidenza dimostra l’inattendibilità
di quella notizia, Eddie non si ferma e arriverà a
distruggere tutto. Anche la propria identità.
La flebile speranza di successo innesca nel già fragile
equilibrio mentale di Eddie delle piccole fratture che a poco
a poco si tramutano in vertiginose voragini. E la caduta libera
nella paranoia ossessiva è inesorabile. A nulla vale
l’istinto di sopravvivenza né tanto meno l’amore.
Il sogno di soldi facili supera l’inequivocabile percezione
della realtà. In un cieco processo autodistruttivo
che partendo dalla casa arriva alla famiglia e poi a se stesso.
Alla fine del film Eddie rimane solo e alienato come un barbone.
Naderi, regista iraniano trapiantato negli Stati Uniti, sposta
l’attenzione da New York cui ha dedicato una trilogia
(Manhattan by numbers, ABC…Manhattan
e Marathon) a Las Vegas
ergendosi a portavoce di una sorta di neorealismo americano
in cui la necessità di vivere dignitosamente viene
fagocitata dall’ideale fuorviante di una vita perfetta.
Con l’ossessione per un mondo in cui l’emancipazione
passa solo attraverso i beni materiali che si possiedono e
il tenore di vita che si conduce.
Questo Vegas: Based on a True Story
sembra quasi Il tetto di De Sica
al contrario. Non più una ricerca spasmodica di costruirsi
un tetto sotto cui vivere ma di distruggerlo. Il tetto come
metafora della propria identità esistenziale. Distruggere
il tetto è in ultima analisi distruggere se stessi.
[marco catola]
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