Zotico
ed idealista; ignorante e predicatore; umile ed ambizioso;
uomo del popolo e politico raffinato quanto ambiguo. Questo
coacervo di contraddizioni è Willie Stark, governatore
della Louisiana, disegnato su ispirazione di Huey P. Long,
governatore della Louisiana nel 1928, figlio di contadini
ed affermatosi grazie ad un programma che prevedeva di togliere
ai ricchi per dare ai poveri nuove strade, un’educazione,
un servizio sanitario degno di questo nome.
Un idealista nell’animo, un populista nelle forme, le
cui gesta costituiscono il nucleo centrale del romanzo del
tre volte vincitore del Premio Pulitzer Robert Penn Warren,
intitolato Tutti gli uomini del re.
E se il Re è Stark, per la sua capacità di regnare
come un despota illuminato sul suo Stato, di usare le pieghe
oscure dei giochi politici a fin di bene - “Dal
male può nascere il bene” - soleva ripetere,
di piegare attraverso il ricatto, la minaccia talvolta la
violenza, i suoi nemici politici convinto della natura comunque
peccaminosa dell’uomo – “L’uomo
passa dalla puzza del pannolino al fetore del sudario”
-, i suoi uomini sono quella massa di contadini, operai, casalinghe,
poveri e maltrattati del grande Stato della Louisiana ignoranti
e zoticoni usati dai politici del luogo per il passo decisivo
verso il palcoscenico della politica nazionale. Stark, uno
di loro, percepisce il malcontento, lo cavalca come un surfista
con le onde dell’oceano, sino a farsi trasportare da
questo e, come in ogni parabola che si rispetti, venirne infine
travolto.
Tutti gli uomini del re è sceneggiato e diretto da
Steven Zaillian, sceneggiatore premio Oscar per Schindler’s
List poi passato alla regia con Sotto
scacco e A Civil Action,
la cui colpa maggiore è quella di non riuscire a mutuare
la natura letteraria della fonte originale, in materiale filmico,
evidenziando una profonda preferenza per la parola –
dall’uso della onnipresente voce-off a commento degli
eventi, ai troppi dialoghi esemplificativi – a discapito
dell’immagine che elegantemente patinata è prevalentemente
sussidiaria. La mancanza di una forte direzione registica
comporta il secondo grande problema della pellicola, l’interpretazione
tutta fisicità e smorfiette ala De Niro di Sean Penn
che incarna il protagonista Stark. Un vero e proprio fenomeno
di cannibalismo cinematografico da parte dell’altrimenti
ottimo Penn, esaltato da un doppiaggio con forte accento italo-americano
alla Don Vito Corleone di cui francamente non si capisce il
motivo. A meno che non si sia voluto sottolineare ulteriormente
anche dal punto di vista sonoro, le modalità mafiose
portate avanti dal Governatore della Louisiana. Della serie
non capiamo ma ci adeguiamo.
Nel complesso un film semplicemente “non riuscito”
capace di sprecare con una certa leggerezza un cast che oltre
al già citato Penn annovera Jude Law, nella parte dell’onnisciente
voce off, Kate Winslet, James Gandolfini, Mark Ruffalo e Sir
Anthony Hopkins.
[fabio melandri]
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