Quando
al cinema mancano idee o buoni progetti, ecco che l’industria
del divertimento ci propone la biografia di qualche personaggio
particolarmente famoso o importante nell’evoluzione sociale,
politico, di costume del nostro vecchio e martoriato mondo.
E’ noto che il film biografico è una materia da
trattare con estrema cura come la nitroglicerina, in quanto
il rischio che ti scoppi in mano è altissimo. In questa
stagione siamo stati sommersi di cine-biografie di magnati del
cinema e dell’aviazione, condottieri, studiosi di sessualità,
scrittori che non vogliono crescere e via discorrendo. Tutti
chi per una ragione chi per un’altra deludenti.
A completare questa carrellata, non poteva mancare a 25 anni
dalla sua morte, il ritratto discusso e discutibile di colui
che si dimostrò tanto geniale davanti alla macchina da
presa, quanto mostruoso davanti agli occhi di suoi familiari
ed amici, ovvero Peter Sellers. Basata su un’ampia varietà
di materiali quali interviste, libri, documentari ed addirittura
filmini privati, Tu chiamami Peter
(The Life and Death of Peter Sellers)
di Stephen Hopkins ci racconta la vita privata e l’ascesa
al successo di un uomo, dalla personalità multipla e
disturbata, incapace di crescere e vivere, a dispetto dei santi,
in un mondo immaginario a sua immagine e dimensione, una sorta
di quarta dimensione di jacksoniana memoria (Creature
del Cielo di Peter Jackson).
Sellers amava ripetere che in mancanza di una propria spiccata
personalità era per lui facile immedesimarsi in quella
delle persone che lo circondavano e che incontrava.
Stephen Hopkins (Blown Away - Follia esplosiva,
Spiriti nelle tenebre, Perduti nello spazio, Under Suspicion)
manca di inventiva e leggerezza nel trattare una materia talmente
magmatica, variopinta (interessante l’iconografia pop
che percorre il film) e variegata, da prendere il sopravvento
sul suo autore e vivere in maniera confusa e confusionaria di
vita propria. Il tutto supportato dall’adesione fisica
e dalla recitazione sopra le righe di un immenso Geoffrey Rush
che sembra lottare in ogni inquadratura con il suo scomodo alter
ego.
La sensazione è quella di aver voluto mettere troppa
carne al fuoco, di non aver avuto il coraggio di scegliere un
punto di vista, una chiave interpretativa e portarla avanti
per l’intero svolgimento della pellicola (il rapporto
ossessivo e quasi incestuoso con la madre poteva essere uno
di questi). Ne risulta un patchwork che sfiora la noia e che
si trascina stancamente per tutti i 128 minuti della sua durata.
Sprecato il cast di contorno da Charlize Theron a Emily Watson,
da John Litgow a Stanley Tucci e Stephen Fry. [fabio
melandri]
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