Tu chiamami Peter
The Life and Death of Peter Seller
Regia
Stephen Hopkins
Sceneggiatura
Christopher Markus, Stephen McFeely
Fotografia
Peter Levy
Montaggio
John Smith
Musica
Richard Hartley
Interpreti
Geoffrey Rush, Charlize Theron, Emily Watson, John Lithgow, Miriam Margolyes, Peter Vaughan, Sonia Aquino, Stanley Tucci
Anno
2005
Durata
128'
Nazione
USA
Genere
drammatico
Distribuzione
Lucky Red
Quando al cinema mancano idee o buoni progetti, ecco che l’industria del divertimento ci propone la biografia di qualche personaggio particolarmente famoso o importante nell’evoluzione sociale, politico, di costume del nostro vecchio e martoriato mondo.
E’ noto che il film biografico è una materia da trattare con estrema cura come la nitroglicerina, in quanto il rischio che ti scoppi in mano è altissimo. In questa stagione siamo stati sommersi di cine-biografie di magnati del cinema e dell’aviazione, condottieri, studiosi di sessualità, scrittori che non vogliono crescere e via discorrendo. Tutti chi per una ragione chi per un’altra deludenti.
A completare questa carrellata, non poteva mancare a 25 anni dalla sua morte, il ritratto discusso e discutibile di colui che si dimostrò tanto geniale davanti alla macchina da presa, quanto mostruoso davanti agli occhi di suoi familiari ed amici, ovvero Peter Sellers. Basata su un’ampia varietà di materiali quali interviste, libri, documentari ed addirittura filmini privati, Tu chiamami Peter (The Life and Death of Peter Sellers) di Stephen Hopkins ci racconta la vita privata e l’ascesa al successo di un uomo, dalla personalità multipla e disturbata, incapace di crescere e vivere, a dispetto dei santi, in un mondo immaginario a sua immagine e dimensione, una sorta di quarta dimensione di jacksoniana memoria (Creature del Cielo di Peter Jackson).
Sellers amava ripetere che in mancanza di una propria spiccata personalità era per lui facile immedesimarsi in quella delle persone che lo circondavano e che incontrava.
Stephen Hopkins (Blown Away - Follia esplosiva, Spiriti nelle tenebre, Perduti nello spazio, Under Suspicion) manca di inventiva e leggerezza nel trattare una materia talmente magmatica, variopinta (interessante l’iconografia pop che percorre il film) e variegata, da prendere il sopravvento sul suo autore e vivere in maniera confusa e confusionaria di vita propria. Il tutto supportato dall’adesione fisica e dalla recitazione sopra le righe di un immenso Geoffrey Rush che sembra lottare in ogni inquadratura con il suo scomodo alter ego.
La sensazione è quella di aver voluto mettere troppa carne al fuoco, di non aver avuto il coraggio di scegliere un punto di vista, una chiave interpretativa e portarla avanti per l’intero svolgimento della pellicola (il rapporto ossessivo e quasi incestuoso con la madre poteva essere uno di questi). Ne risulta un patchwork che sfiora la noia e che si trascina stancamente per tutti i 128 minuti della sua durata. Sprecato il cast di contorno da Charlize Theron a Emily Watson, da John Litgow a Stanley Tucci e Stephen Fry. [fabio melandri]