“In
guerra la gente muore. Non c’è un motivo, è
così” Con questa didascalia si apre Triage,
termine francese che indica cernita – smistamento, sistema
utilizzato per selezionare i soggetti coinvolti in infortuni,
gravi o leggeri che siano, secondo classi di urgenza/emergenza
crescenti, in base alla gravità delle lesioni riportate
o del loro quadro clinico.
Ma il film, diretto dal talentuoso regista serbo Danis Tanovic
(una miriade di premi ed un Oscar per No
Man’s Land), più che parlare di guerra,
parla della difficoltà ad essere un sopravvissuto,
della difficoltà a liberarsi del dolore, a superare
un trauma inconfessabile.
La vita di Mark (Colin Farrell) è divisa in due: la
sua attività di fotoreporter in zona di guerra, che
lo porta in giro per il mondo in territori difficoltosi e
pieni di dolore e morte, e la sua vita a Londra con la fidanzata
spagnola ed un ristrettissimo gruppo di amicizie. Ma durante
la sua ultima esperienza in Kurdistan, dove rimane ferito
in uno scontro a fuoco, i due mondi tenuti separati come compartimenti
stagno, iniziano a venire sempre più a contatto, contaminandosi
vicendevolmente. Luogo di contatto la mente traumatizzata
di Mark.
Se la parte relativa all’approccio e spiegazione psicologica
del trauma risulta abbastanza superficiale e didascalica,
Triage dal punto di vista narrativo
ed emotivo funziona, catturando l’attenzione dello spettatore
dall’inizio alla fine, nonostante un finale di facile
prevedibilità.
Convincenti le prove attoriali di Colin Farrell e Paz Vega,
mentre il personaggio di Christopher Lee risulta il meno riuscito,
il più forzato ed inverosimile di tutta la compagnia.
Si salva grazie all’ironia e ad un certo senso di inquietudine
che sembra però più dovuto al background dell’attore
che non al personaggio creato dalla pagina scritta di Tanovic,
qui anche sceneggiatore in solitaria. Rimane scolpito nella
memoria invece il Branko Djuric nel ruolo del dottor Talzani,
personaggio di sofferta umanità e pietas in mezzo a
tanto orrore. [fabio melandri]
