È
notte fonda; un uomo sta viaggiando in automobile per una
strada buia e alberata. Un colpo di sonno potrebbe causare
un incidente, ma poi la macchina sparisce lentamente. Basta
il suono di una frenata e tutto diventa chiaro. Da questo
episodio l’equilibrio di un nucleo familiare qualsiasi
(madre casalinga, padre autista e figlio svogliato studente
universitario), viene stravolto. Un insieme di segreti, più
o meno palesati e dichiarati, ne mina giorno dopo giorno la
stabilità, già compromessa da un evento luttuoso
che aleggia nei loro pensieri. Negare, nascondere la verità
come unico modo per evitare di capire e affrontare le proprie
responsabilità. Trasformarsi nelle tre scimmie, che
non vedono, non sentono e non parlano.
Il premio per la miglior regia al 61esimo Festival di Cannes
è andato al turco Nuri Bilge Ceylan (già vincitore
a Cannes negli anni passati del Gran Premio della Giuria con
Uzak e del Premio Fipresci con
Les climats) che, soprannominato
l’“Antonioni di Istanbul”, regala al pubblico
un film fatto di silenzi, di sguardi, di sudore, di desiderio
e di tensione naturale. La cinepresa è per gran parte
del film fissa, offre primi piani rigidi e ravvicinati, al
punto che diventa impossibile staccare lo sguardo da quei
visi segnati, dolorosi. I luoghi sono claustrofobici, quasi
sempre ambienti chiusi, desolanti, dominati dal caldo, dal
sudore e dal vento. Solo il temporale finale darà un
senso e una sferzata emotiva all’inettitudine umana.
Il regista ha dichiarato: “Fin da piccolo sono sempre
stato affascinato e allo stesso tempo impaurito dalla straordinaria
varietà delle manifestazioni della psiche umana. Ho
cercato di drammatizzare i pensieri astratti, le convinzioni
e i conflitti concettuali che viviamo nel profondo di noi
stessi, personificandoli nei protagonisti del film”.
[valentina venturi]