“Un
giorno guardi il crocifisso, e tutto quello che vedi, è
un uomo morente sulla croce”
Santiago
del Cile, 1978. Raúl Peralta, un uomo non più
giovane, è ossessionato dall’idea di impersonare
il protagonista di un recente film americano che sta spopolando
nelle sale di un paese già da molti anni governato
dal generale Augusto Pinochet.
Si tratta del Tony Manero di Saturday
Night Fever (1977), ovvero La
febbre del sabato sera, il ballerino rubacuori impersonato
sul grande schermo dall’attore italo-americano John
Travolta.
Raúl, assieme ad un piccolo gruppo di ballerini sul
retro di uno scalcinato bar di periferia, praticamente ogni
giorno, si esercita sui passi da discomusic del suo idolo.
Quando un famoso programma televisivo, trasmesso sul canale
nazionale, annuncia un concorso per trovare dei Tony Manero
cileni il suo sogno sembra a portata di mano. Il febbrile
tentativo di raggiungere la ribalta televisiva non si ferma
praticamente davanti a niente e a nessuno.
Contemporaneamente, i suoi compagni di ballo, coinvolti nell’opposizione
clandestina al regime, vengono perseguitati dalla polizia
politica. Tony Manero è una storia sulla perdita di
identità e l’ossessione nella recente storia
del Cile.
NOTE DI REGIA:
Pablo
Larraín
Ambientato a Santiago del Cile nel 1978, la storia segue un
frammento di vita di un emarginato: Raúl Peralta. Praticamente
analfabeta e privo di qualsiasi ideologia politica o sociale,
Raúl è il figlio di una società che di
lui e del suo destino non vuole saperne niente. Un uomo affamato,
sottosviluppato ed opportunista che vuole uscire dalla sua
miseria spirituale e materiale aspirando a diventare come
“l’eroe americano”, che lui identifica in
Tony Manero, il protagonista de La febbre del sabato sera,
di cui emula le prodezze sulla pista da ballo.
Il film è un’analisi spietata dell’errore
in cui si incorre credendo che felicità e successo
possano essere ottenuti imitando e sostituendo la propria
cultura con un’altra. Nel caso specifico si tratta di
una cultura alimentata da un potente strumento di comunicazione
di massa, il cinema, ed imposta, in un modo o nell’altro,
dagli Stati Uniti ai paesi del terzo mondo.
C’è un gioco di costanti rimandi tra La febbre
del sabato sera e il mio film, ma sono passati 30 anni e questo
scarto temporale mette in evidenza l’attuale realtà
cilena, dove si vive secondo parametri culturali importati
da una cultura altra, diversa. Il Cile sembra essersi dimenticato
delle proprie origini storiche, sociali e culturali.
Questa storia mi permette di mettere a nudo senza reticenze
il volto reale di una società incapace di affrontare
il suo passato più recente. Una società con
le mani lorde di sangue, che si affanna a cercare di apparire
alla moda ed elegante mentre balla alla luce degli spot, ignorando
le sofferenze altrui. E un paese che si volta le spalle per
perseguire il sogno del progresso.
Raúl simbolizza l’aspirazione irrefrenabile alla
modernità malgrado la povertà nella quale sprofonda.
La sua è la storia di un tentativo impossibile di affrancarsi
dall’emarginazione e ci aiuta a comprendere che questo
nuovo mondo gira attorno ad un trauma che coinvolge tutto
il paese. Le azioni di Raúl sono quelle del sistema
che gli ha insegnato a basare le sue aspettative su tutto
ciò che ci è diverso. Da un certo punto di vista,
quando Raul balla, balliamo anche noi. E sapete cosa? E’
proprio una bella persona.