Dopo
il flop creativo di Pinocchio,
errore di scelta narrativa più che di messa in atto
della favola di Carlo Collodi, il comico toscano di fama mondiale
torna a raccontare le avventure di un personaggio che fa dell’amore
la propria ragione di vita.
La tigre e la neve è una
parabola di poesia e sentimento “corretta”, come
una buona tazza di caffè, dall’umorismo surrealista
e semidemenziale di Roberto Benigni, marchio di fabbrica ormai
consolidato. Benigni dimostra con questo ultimo lavoro di
fare sotto certi aspetti un passo in avanti rispetto ai precedenti,
“maturando” sempre più verso un concreto
realismo e lasciandosi alle spalle quel sapore spesso troppo
assurdo, ma tuttavia sempre affascinante ed esplosivo, che
film come Johnny Stecchino o
Il mostro lo hanno consacrato
al pubblico.
Come nel caso de La vita è bella,
ricrea un contrasto grottesco tra il serio e il faceto, una
sovrapposizione di eventi sociali come sfondo e di percorsi
umani di movimento in prima fila. L’Oscar arrivò
in Italia sulla tragicommedia innescata al tempo della Seconda
Guerra Mondiale e dai campi di concentramento nazisti, stavolta
la scena si muove in Iraq (in realtà ricreato e girato
in Tunisia) sullo scenario dell’attuale guerra armata
tra Usa e resistenza irakena del post 11 settembre. Troveremo
Benigni tra dune e cammelli, tra mine e soldati statunitensi,
alle prese con ospedali e dottori, nell’unico intento
di salvare la donna della quale è innamorato (chi se
non Nicoletta Braschi?!?), rimasta gravemente ferita dopo
un’esplosione. Il cammeo di Tom Waits al pianoforte
e la parte del poeta Fuad, interpretata da Jean Renò
arricchiscono la pellicola con esperienza e fascino emotivo.
L’opera raggiunge a tratti un alto livello di lirismo
(il Padre Nostro recitato sul letto e poi stemperato con lo
schiacciamosche o lo scherno del viaggio in motocicletta colmo
di medicine fino al posto di blocco dove appare come un kamikaze
terrorista) e la trama è coerente, come tutti i lavori
di Benigni il ciclo alla fine si chiude sempre.
Quasi “didattico-terapeutico” il comportamento
di Attilio, che appena viene a sapere della brutta notizia
s’ingegna in mille modi, prende, parte, parla lingue
straniere, si fermenta senza fine per la persona a cui tiene.
Dovrebbe farci pensare quando ci facciamo cento problemi alla
minima difficoltà quotidiana. E’ senz’altro
un lavoro sincero e schietto, semplice ma intenso, che punta
tutto sul contenuto e tralascia la forma, che risulta essere
però “tirata via” o comunque messa in secondo
piano. Ma questo è Benigni, non possiamo pretendere
che maneggi la mdp come Wim Wenders o trovi soluzioni ricercate
e introspettive. I film che gira rispecchiano l’uomo
nel modo sarcastico e fantasioso di concepirli. La forma e
l’immagine arriveranno sempre dopo o addirittura quasi
mai. E’ il compromesso da accettare per filtrare i lavori
del comico toscano, che si ama o si odia, per salvare almeno
le idee che sono sicuramente originali e mai convenzionali.
Possiamo accusarlo di ripetitività, quello forse si.
Ma Pinocchio ad esempio già
rompe in parte un filone in divenire. Nonostante gli intenti
siano purissimi, i sentimenti vivissimi e la pellicola sia
piena di riferimenti poetici non espliciti (nei dialoghi si
citano Montale, Buchner, Ungaretti etc.) la parabola lascia
cinematograficamente lacune troppo grandi per giustificare
un Roberto Benigni dopo l’ennesimo film («Roberto
è un regista piuttosto mediocre, ma non possiamo che
ringraziarlo per quello che ci dà» - Roberto
Nepoti, La Repubblica, 15 ottobre 2005). Il set appare scarno
e la morale ridondante e Benigni inizia a correre ormai il
rischio di “Morettismo”, la sindrome del riuscire
a raccontare, scrivere e parlare solo di se stesso o di chi
per lui. Promosso dunque ma con riserva: aspettiamo ancora,
magari la prossima volta sarà tutta un’altra
storia. [alessandro antonelli]