La tigre e la neve
id.
Regia
Roberto Benigni
Sceneggiatura
Roberto Benigni,
Vincenzo Cerami
Fotografia
Fabio Cianchetti
Montaggio
Massimo Fiocchi
Musica
Nicola Piovani, Tom Waits
Interpreti
Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Jean Reno, Tom Waits, Emilia Fox
Anno
2005
Durata
105'
Nazione
USA
Genere
commedia
Distribuzione
01 Distribution

Dopo il flop creativo di Pinocchio, errore di scelta narrativa più che di messa in atto della favola di Carlo Collodi, il comico toscano di fama mondiale torna a raccontare le avventure di un personaggio che fa dell’amore la propria ragione di vita.
La tigre e la neve è una parabola di poesia e sentimento “corretta”, come una buona tazza di caffè, dall’umorismo surrealista e semidemenziale di Roberto Benigni, marchio di fabbrica ormai consolidato. Benigni dimostra con questo ultimo lavoro di fare sotto certi aspetti un passo in avanti rispetto ai precedenti, “maturando” sempre più verso un concreto realismo e lasciandosi alle spalle quel sapore spesso troppo assurdo, ma tuttavia sempre affascinante ed esplosivo, che film come Johnny Stecchino o Il mostro lo hanno consacrato al pubblico.
Come nel caso de La vita è bella, ricrea un contrasto grottesco tra il serio e il faceto, una sovrapposizione di eventi sociali come sfondo e di percorsi umani di movimento in prima fila. L’Oscar arrivò in Italia sulla tragicommedia innescata al tempo della Seconda Guerra Mondiale e dai campi di concentramento nazisti, stavolta la scena si muove in Iraq (in realtà ricreato e girato in Tunisia) sullo scenario dell’attuale guerra armata tra Usa e resistenza irakena del post 11 settembre. Troveremo Benigni tra dune e cammelli, tra mine e soldati statunitensi, alle prese con ospedali e dottori, nell’unico intento di salvare la donna della quale è innamorato (chi se non Nicoletta Braschi?!?), rimasta gravemente ferita dopo un’esplosione. Il cammeo di Tom Waits al pianoforte e la parte del poeta Fuad, interpretata da Jean Renò arricchiscono la pellicola con esperienza e fascino emotivo. L’opera raggiunge a tratti un alto livello di lirismo (il Padre Nostro recitato sul letto e poi stemperato con lo schiacciamosche o lo scherno del viaggio in motocicletta colmo di medicine fino al posto di blocco dove appare come un kamikaze terrorista) e la trama è coerente, come tutti i lavori di Benigni il ciclo alla fine si chiude sempre.
Quasi “didattico-terapeutico” il comportamento di Attilio, che appena viene a sapere della brutta notizia s’ingegna in mille modi, prende, parte, parla lingue straniere, si fermenta senza fine per la persona a cui tiene. Dovrebbe farci pensare quando ci facciamo cento problemi alla minima difficoltà quotidiana. E’ senz’altro un lavoro sincero e schietto, semplice ma intenso, che punta tutto sul contenuto e tralascia la forma, che risulta essere però “tirata via” o comunque messa in secondo piano. Ma questo è Benigni, non possiamo pretendere che maneggi la mdp come Wim Wenders o trovi soluzioni ricercate e introspettive. I film che gira rispecchiano l’uomo nel modo sarcastico e fantasioso di concepirli. La forma e l’immagine arriveranno sempre dopo o addirittura quasi mai. E’ il compromesso da accettare per filtrare i lavori del comico toscano, che si ama o si odia, per salvare almeno le idee che sono sicuramente originali e mai convenzionali. Possiamo accusarlo di ripetitività, quello forse si. Ma Pinocchio ad esempio già rompe in parte un filone in divenire. Nonostante gli intenti siano purissimi, i sentimenti vivissimi e la pellicola sia piena di riferimenti poetici non espliciti (nei dialoghi si citano Montale, Buchner, Ungaretti etc.) la parabola lascia cinematograficamente lacune troppo grandi per giustificare un Roberto Benigni dopo l’ennesimo film («Roberto è un regista piuttosto mediocre, ma non possiamo che ringraziarlo per quello che ci dà» - Roberto Nepoti, La Repubblica, 15 ottobre 2005). Il set appare scarno e la morale ridondante e Benigni inizia a correre ormai il rischio di “Morettismo”, la sindrome del riuscire a raccontare, scrivere e parlare solo di se stesso o di chi per lui. Promosso dunque ma con riserva: aspettiamo ancora, magari la prossima volta sarà tutta un’altra storia. [alessandro antonelli]