Correva
l’anno 1968 quando un piccolo film realizzato per i drive
in della grande provincia americana e che trovò un lento
ma inesorabile successo grazie al passaparola di nugoli di giovani
fan che affollavano gli spettacoli di mezzanotte dei più
sperduti cinema dell’Impero Americano come nei college
delle principali università americane. Parliamo de La
notte dei morti viventi, un film low budget di un giovane
regista, George A. Romero che rivoluzionò il genere di
paura dando origine alla corrente conosciuta come New American
Horror e fondando termini oggi divenuti di uso comune come splatter.
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata, due film
ne sono seguiti a quello rivoluzionario del 1968, ovvero Zombi
(1979) e Il giorno degli Zombi
(1985).
Vittima della propria creatura, Romero ha tentato con alterne
fortune di uscire dal vortice in cui il successo lo aveva rapito,
ma il suo nome è rimasto legato, nonostante i numerosi
epigoni di questi ultimi anni, alla figura archetipica del morto
vivente.
Così il regista americano dopo una lunga attesa e gestazione
di idee soprattutto è tornato ad invadere gli schermi
di tutto il mondo con il quarto capitolo della saga. Un capitolo
che ha avuto un battesimo di lusso al Festival di Cannes –
in cui furono presentati i primi 20 minuti – un budget
considerevole ed una ritrovata libertà creativa. Risultato
un film che colpisce innanzitutto per la sua iconografia post-apocalittica
– pescando da Mad Max e Fuga
da New York - capace di renderci immagini di una inquietante
bellezza incastonate su una trama semplice, funzionale, diretta,
senza troppi se e ma, venata da una sottile critica sociale
che è un marchio di fabbrica della saga di Romero.
Un film da una parte soddisfa i palati più semplici,
in cerca di immagini scioccanti, di sangue e viscere, di corpi
smembrati e divorati, dall’altra riesce a creare tensione
e paura attraverso dettagli, accumulo di segnali, lavorando
su una sensibilità visiva e narrativa che può
certo sorprendere chi non conosce a fondo la cinematografia
di Romero, ma che per altri segna un felice ritorno ad altissimi
livelli di un regista sin troppo incompreso.
Vi è quindi un’evoluzione, la stessa che emerge
nei corpi senza vita degli zombie quando guidati da un benzinaio
di colore iniziano ad apprendere dai loro errori, abbozzano
semplici strategie di combattimento e un minimo di organizzazione.
Non sono più semplici corpi senza vita, ma c’è
anima, soffio vitale anche in questi poveri corpi decomposti
e martoriati. Attirati dalle mille luci della città in
cui vivono come pesci in un acquario pochi facoltosi privilegiati,
gli zombie si troveranno a fronteggiare un manipoli di mercenari
al soldo di chi le paga meglio in una lotta tra poveri, in cui
chi ha denaro a disposizione sopravvive sempre e comunque. Ma
trovandoci all’interno di un film di matrice hollywoodiana,
i cattivi alla fine pagheranno ed i buoni avranno la loro ricompensa.
Il finale aperto potrebbe suggerire un nuovo capitolo, ma francamente
ci auguriamo che Romero abbia la possibilità di occuparsi
di progetti diversi in quanto stavolta il miracolo di equilibrio
tra tradizione ed innovazione gli è riuscito alla perfezione,
ma perché sfidare la sorte? [fabio
melandri]
|
 |