Mato Grosso
do Sul (Brasile). 2008.
I fazendeiro conducono la loro esistenza ricca e annoiata.
Possiedono campi di coltivazioni transgeniche che si perdono
a vista d'occhio e trascorrono le serate in compagnia dei
turisti venuti a guardare gli uccelli [birdwatchers].
Ai limiti delle loro proprietà, cresce il disagio degli
indio che di quelle terre erano i legittimi abitanti.
Costretti in riserve, senza altra prospettiva se non quella
di andare a lavorare in condizioni di semi schiavitù
nelle piantagioni di canna da zucchero, moltissimi giovani
si suicidano.
A scatenare la ribellione è proprio un suicidio. Guidati
da un leader, Nádio, e da uno sciamano, un gruppo di
Guarani-Kaiowá si accampa ai confini di una proprietà
per reclamare la restituzione delle terre. Due mondi contrapposti
si fronteggiano. Si fanno una guerra prima metaforica e poi
reale. Ma non cessano mai di studiarsi. A provare la “curiosità
dell'altro” sono soprattutto i giovani. Una curiosità
che avvicinerà il giovane apprendista sciamano Osvaldo
alla figlia di un fazendeiro…
Nel 2003 Marco Bechis è venuto a conoscenza delle comunità
indigene di Perù ed Equador dopo un viaggio lungo la
cordillera delle Ande, imbattendosi in tribù che erano
entrate in contatto con l’uomo bianco da pochi decenni.
In un secondo tempo venne a conoscenza del fenomeno dei suicidi
tra i giovani Guarani- Kaiowá del Mato Grosso do Sul
e delle loro lotte per la rioccupazione delle terre ancestrali,
la retomada. Capì subito che i Guarani-Kaiowá
erano il popolo che voleva conoscere da tempo. Questo lo spunto
che ha dato origine a La terra degli
uomini rossi, film italiano, sebbene parlato in guaranti
e portoghese, in concorso a Venezia 2008.
Nonostante lo sforzo produttivo ed artistico di uscire dal
classico format del cinema italiano "due personaggi ed
una stanza", La terra degli uomini
rossi a metà strada tra film di fiction e reportage
docu-antropologico, non convince e lascia perplessi. Manca
della necessaria epica per farne una grande film di finzione
(ricordiamo la coppia Werner Herzog e Klaus Kinski in Fitzcarraldo
per esempio) e di approfondimento per farne un interessante
ed originale cine-reportage. Temi come quello dei suicidi,
dei rapporti tra indios e fazendero, la perdita dell’identità
e dei valori degli antenati da parte delle nuove generazioni,
vengono solamente accennati e poco sfruttati a livello narrativo.
Rimane così un grande film incompiuto, pieno di buoni
spunti lasciati galleggiare a mo' di riflessione senza elementi
che la stimolino durante e dopo la visione. Della serie vorrei,
ma non posso… [fabio melandri]