La terra dell'abbondanza
Land of Plenty
Regia
Wim Wenders
Sceneggiatura
Wim Wenders
Fotografia
Franz Lustig
Montaggio
Moritz Laube
Musica
Thom & Nackt
Interpreti
John Diehl, Michelle Williams, Richard Edson
Anno
2004
Durata
118'
Nazione
USA
Genere
drammatico
Distribuzione
Mikado

Wim Wenders, il signore degli angeli, torna nella sala comandi. Come un burattinaio dalle mani dinoccolate torna a muovere i fili delle sue creature fatte di aria e pensieri. Stavolta non sono messaggeri divini. Stavolta non siamo a Berlino. E’ Los Angeles l’occhio del microscopio. Ma guarda caso, proprio l’ispanica città delle anime alate è col suo stesso nome un messaggio fin troppo palese. Sottile come un’iniezione di morfina e intelligente quanto un comico alle prese con la retorica politica, il regista tedesco ci offre il suo ultimo attualissimo lavoro. The soul of a man, precedente documentario sul blues americano, lascia i segni anche su questa ultima fatica. Lascia i postumi di una minuzia per i passaggi e le escursioni di camera. Per i volti, i particolari, gli scenari e una narrazione macchinosa, quasi didattica. Sono questi infatti i pistoni della Terra dell’abbondanza, quell’America che ha tutto, troppo, forse niente. Il cineasta di Dusseldorf resta forse troppo impregnato dai ritmi documentaristici anche se la velocità di esecuzione non è mai stata una sua caratteristica. Land of Plenty arriva a toccare temi politici, militari, sulla società e sul convivere comune. Strizza l’occhio a Fahrenheit 9/11 per alcuni sentori, per atmosfere ed empatia di contenuti. Se il film vincitore a Cannes di Michael Moore è prosa schietta, qui siamo di fronte ad un depistaggio poetico. Ermetico ma altrettanto diretto.
Wenders torna ancora a scandagliare il mondo dei perdenti dopo The Million Dollar Hotel, sulla scia dei pazzi e i malati è qui la volta dei poveri della down town losangelina. Scorci di una città mai vista in tv, in contrasto con l’opulenza profusa dai servizi fotografici o dai reportage di consueta fattura. La letteratura si affaccia prepotentemente alla finestra di questo trattato filmico sulla miseria dietro ai paraventi della quotidianità americana e alle paranoie degli statunitensi.
Questi odori forti appartengono ai romanzi di Charles Bukowski, alla periferia dimenticata e alle sconfitte personali che non fanno audience. Il film sembra quasi riprendere i suoi angoli di poesia.
E l’intreccio, seppur assimilato e senza ripartenze, ha il sapore dei racconti di Raymond Carver, dove sembra che succeda qualcosa da un momento all’altro, e poi non succede mai niente.
Paul, reduce dal Vietnam e Lana, la nipote dedita al volontariato, sono le figure che scrutano, guardano, osservano coi nostri occhi. Il film è quasi interamente girato con la camera a mano per dare alla pellicola un realismo sincero, tattile. Le scene mosse e tremanti rievocano concitati scorci di Dancer in the Dark di Lars Von Triers. Le similitudini di tecnica sono palpabili. John Diehl e Michelle Williams (encomiabili le loro interpretazioni) sono in completa antitesi nel loro concepire le cose ma sono abitanti degli stessi corpi effimeri. Si aggirano per il mondo come fantasmi, sagome poco visibili, spettri emarginati e fuori dai vortici della confusione che domina questo inizio di millennio. Wenders scivola sulle scene con il rock, la musica che fa pensare, alla quale è sempre stato legato “Senza il rock adesso probabilmente farei l’avvocato…” ha spesso affermato. David Bowie, Leonard Coehn e gli altri soffiano la musica dei secoli sulle immagini rendendole dense e piene di sentimento, solo sul finire la ruggine delle chitarre grattate arriva a rovistare sul fondo del barile quando tutto o quasi è stato detto. C’è una bellezza che aleggia per tutto il lungometraggio, è quella delle strade colme di homeless, dei paesaggi desertici, del sole che solletica le vallate, è quella del viso di Lana, della fratellanza dopo una morte, della tolleranza verso il prossimo. Wenders con quest’ultima opera appare maturo come non mai, impegnato e profondo. Ma allo stesso modo perde il carisma di un tempo. La forza sorda che lo ha contraddistinto a cavallo tra gli anni ottanta e novanta si è dissolta nell’aria divenendo troppo intangibile ed evanescente. I dialoghi lasciano sempre più spazio alle immagini, ai colori e alle scelte cromatiche. La scrittura si assottiglia per cedere al sottotesto e alle scene.
“ Le mie parole son capriole, palle di neve al sole, razzi incandescenti prima di scoppiare, sono giocattoli e zanzare, sabbia da ammucchiare…” canta Samuele Bersani ne “Le mie parole”.
Sui fatti dell’undici settembre dello scorso 2001 si è detto tanto. Ancora si dirà molto. In certi casi le parole coprono tutto se dette a raffica, come i proiettili, non danno scampo. Se rovesciate addosso da mille canali rischiano di soffocare e renderci il tutto più stretto, saturo, invivibile. Le parole vanno dosate. Pronunciate se c’è un reale bisogno, se loro stesse pretendono la luce dopo la lingua.
E’ per questo che a New York davanti a Ground Zero i due protagonisti dopo qualche commento iniziale preferiscono tacere, ascoltare in silenzio. Il silenzio. Che non trova spazio in questi luoghi affollati ma che a volte è la miglior musica possibile, il miglior racconto da ascoltare con gli occhi. Quelli della coscienza. [alessandro antonelli]