Wim Wenders,
il signore degli angeli, torna nella sala comandi. Come un burattinaio
dalle mani dinoccolate torna a muovere i fili delle sue creature fatte
di aria e pensieri. Stavolta non sono messaggeri divini. Stavolta
non siamo a Berlino. E’ Los Angeles l’occhio del microscopio.
Ma guarda caso, proprio l’ispanica città delle anime
alate è col suo stesso nome un messaggio fin troppo palese.
Sottile come un’iniezione di morfina e intelligente quanto un
comico alle prese con la retorica politica, il regista tedesco ci
offre il suo ultimo attualissimo lavoro. The soul of a man, precedente
documentario sul blues americano, lascia i segni anche su questa ultima
fatica. Lascia i postumi di una minuzia per i passaggi e le escursioni
di camera. Per i volti, i particolari, gli scenari e una narrazione
macchinosa, quasi didattica. Sono questi infatti i pistoni della Terra
dell’abbondanza, quell’America che ha tutto, troppo, forse
niente. Il cineasta di Dusseldorf resta forse troppo impregnato dai
ritmi documentaristici anche se la velocità di esecuzione non
è mai stata una sua caratteristica. Land
of Plenty arriva a toccare temi politici, militari, sulla società
e sul convivere comune. Strizza l’occhio a Fahrenheit
9/11 per alcuni sentori, per atmosfere ed empatia di contenuti.
Se il film vincitore a Cannes di Michael Moore è prosa schietta,
qui siamo di fronte ad un depistaggio poetico. Ermetico ma altrettanto
diretto.
Wenders torna ancora a scandagliare il mondo dei perdenti dopo The
Million Dollar Hotel, sulla scia dei pazzi e i malati è
qui la volta dei poveri della down town losangelina. Scorci di una
città mai vista in tv, in contrasto con l’opulenza profusa
dai servizi fotografici o dai reportage di consueta fattura. La letteratura
si affaccia prepotentemente alla finestra di questo trattato filmico
sulla miseria dietro ai paraventi della quotidianità americana
e alle paranoie degli statunitensi.
Questi odori forti appartengono ai romanzi di Charles Bukowski, alla
periferia dimenticata e alle sconfitte personali che non fanno audience.
Il film sembra quasi riprendere i suoi angoli di poesia.
E l’intreccio, seppur assimilato e senza ripartenze, ha il sapore
dei racconti di Raymond Carver, dove sembra che succeda qualcosa da
un momento all’altro, e poi non succede mai niente.
Paul, reduce dal Vietnam e Lana, la nipote dedita al volontariato,
sono le figure che scrutano, guardano, osservano coi nostri occhi.
Il film è quasi interamente girato con la camera a mano per
dare alla pellicola un realismo sincero, tattile. Le scene mosse e
tremanti rievocano concitati scorci di Dancer
in the Dark di Lars Von Triers. Le similitudini di tecnica
sono palpabili. John Diehl e Michelle Williams (encomiabili le loro
interpretazioni) sono in completa antitesi nel loro concepire le cose
ma sono abitanti degli stessi corpi effimeri. Si aggirano per il mondo
come fantasmi, sagome poco visibili, spettri emarginati e fuori dai
vortici della confusione che domina questo inizio di millennio. Wenders
scivola sulle scene con il rock, la musica che fa pensare, alla quale
è sempre stato legato “Senza il rock adesso probabilmente
farei l’avvocato…” ha spesso affermato. David Bowie,
Leonard Coehn e gli altri soffiano la musica dei secoli sulle immagini
rendendole dense e piene di sentimento, solo sul finire la ruggine
delle chitarre grattate arriva a rovistare sul fondo del barile quando
tutto o quasi è stato detto. C’è una bellezza
che aleggia per tutto il lungometraggio, è quella delle strade
colme di homeless, dei paesaggi desertici, del sole che solletica
le vallate, è quella del viso di Lana, della fratellanza dopo
una morte, della tolleranza verso il prossimo. Wenders con quest’ultima
opera appare maturo come non mai, impegnato e profondo. Ma allo stesso
modo perde il carisma di un tempo. La forza sorda che lo ha contraddistinto
a cavallo tra gli anni ottanta e novanta si è dissolta nell’aria
divenendo troppo intangibile ed evanescente. I dialoghi lasciano sempre
più spazio alle immagini, ai colori e alle scelte cromatiche.
La scrittura si assottiglia per cedere al sottotesto e alle scene.
“ Le mie parole son capriole, palle di neve al sole, razzi incandescenti
prima di scoppiare, sono giocattoli e zanzare, sabbia da ammucchiare…”
canta Samuele Bersani ne “Le mie parole”.
Sui fatti dell’undici settembre dello scorso 2001 si è
detto tanto. Ancora si dirà molto. In certi casi le parole
coprono tutto se dette a raffica, come i proiettili, non danno scampo.
Se rovesciate addosso da mille canali rischiano di soffocare e renderci
il tutto più stretto, saturo, invivibile. Le parole vanno dosate.
Pronunciate se c’è un reale bisogno, se loro stesse pretendono
la luce dopo la lingua.
E’ per questo che a New York davanti a Ground Zero i due protagonisti
dopo qualche commento iniziale preferiscono tacere, ascoltare in silenzio.
Il silenzio. Che non trova spazio in questi luoghi affollati ma che
a volte è la miglior musica possibile, il miglior racconto
da ascoltare con gli occhi. Quelli della coscienza. [alessandro
antonelli]