Nel 2002
in Afghanistan Dilawar, un giovane tassista afgano, scompare
nel nulla dopo aver caricato tre passeggeri. Viene ucciso
nella base militare americana di Bagram per una ripetitiva
e illogica raffica di percosse sugli arti inferiori: la Cia
sospettava si trattasse di un terrorista, quindi erano concessi
tutti i mezzi a disposizione per costringerlo a confessare.
Negli ultimi anni 104 prigionieri sotto la custodia americana
sono morti in circostanze sospette: il regista Alex Gibney
realizza un’indagine cinematografica ricostruendo l’escalation
di violenza e noncuranza verso i diritti dei prigionieri stabiliti
internazionalmente nella convenzione di Ginevra ma dimenticati
in nome della “guerra globale al terrorismo” voluta
da George W. Bush.
Il documentario, vincitore dell’Oscar nel 2008, analizza,
deduce e accusa l’amministrazione americana, nelle persone
del Presidente degli Stati Uniti e del suo entourage.
Presentato alla Seconda edizione della Festa Internazionale
di Roma nella sezione Extra, attraverso capitoli che entrano
sempre più nello specifico della vicenda e accrescono
lo sconcerto nello spettatore, utilizzando interviste ai militari
che in quegli anni lavoravano a Bagram, Abu Ghrahib e Guantanamo,
il film vuole comprendere se le ‘mele marce’ (ad
esempio Janis Karpinski, il generale che nelle foto di Abu
Ghrahib faceva il gesto della pistola sui genitali di una
pila di prigionieri nudi), agirono da sole o se eseguissero
precise indicazioni provenienti dall’alto, dai politici.
Per i militari giorno dopo giorno, tra violenti interrogatori
e bisogno di dimostrare che il proprio lavoro era svolto alla
perfezione, non c’era limite alla brutalità e
ai maltrattamenti, l’unico “limite è la
propria fantasia”. Ricorda Gibney: “La storia
di Dilawar si è rivelata cruciale per scoprire come
dietro la rete detentiva e gli interrogatori, ci fosse una
politica basata sulla tortura. Ci consentiva in altre parole
di connettere Bagram con Abu Ghraib e, attraverso i passeggeri
del suo taxi, con Guantanamo. Il tutto, ovviamente, rimandava
direttamente a Washington…
Il tema principale del film si estende ad una indagine su
come un piccolo numero di americani ha trascinato l’intero
paese nel suo lato oscuro”. Inorgoglisce la dedica a
Sergio Leone: “Amo Sergio Leone – dichiara il
regista di Enron: l’economia della
truffa -. C’era una volta
il West è il mio film preferito, la sequenza
iniziale in Taxi to the Dark Side,
con il suo tocco western, è il mio omaggio a Sergio”.
Un lungometraggio teso, con un montaggio coinvolgente - di
Sloane Klevin -, serrato che denuncia senza depurare nulla.
[valentina venturi]