Sang
Sattawat procede secondo due piani narrativi: nel primo
la dottoressa Nuntarut viene corteggiatadal timido Mr. Toa
che tenta malamente un approccio amoroso. La dottoressa, però,
non sembra corrispondere ai suoi sentimenti e preferisce tuffarsi
a capofitto nel ricordo di Mr. Sopon, proprietario di una
collezione di orchidee conosciuto qualche giorno prima di
cui si è invaghita, intanto il dottor Nohng è
al suo primo giorno di servizio in ospedale; nel secondo ritroviamo
sempre la stessa situazione: il timido Mr Toa che corteggia
la dottoressa Nuntarut che non sembra interessata. E il dottor
Nohng, al suo primo giorno di servizio, fa visita ad un vecchio
amico nell’ambulatorio di fisioterapia e a fine giornata
si incontra con la fidanzata.
Due storie che si ripetono. A distanza di tempo. In apparenza
identiche in realtà dotate di dettagli quasi impercettibili
che ne rivelano la basilare diversità. Attimi di una
vita paralleli. Che si susseguono (o si precedono o si sovrappongono).
Cambia la location. Nel primo siamo in un piccolo ospedale
di campagna. Nel secondo in un moderno ospedale di città.
Si alternano i punti di vista. Si aggiungono piccoli elementi.
L’incontro con un monaco che voleva fare il dj, il flashback
del venditore di orchidee, la lezione di fitness. Senza continuità
di tempo. Il tempo è relativo. Tutto scorre. E tutto
ritorna. In un cerchio inestimabile di vita e morte.
Dopo Blissfully Yours e Tropical
Malady, esplorazioni personalissime, il primo del mondo
del cinema e il secondo di se stesso, Apichatpong Weerasethakul
chiude questa trilogia tornando per l’ultima volta ad
analizzare una dualità. Come suggerisce il titolo,
che in inglese viene tradotto in Syndromes
And A Century, si tratta di sindrome, intendendola
non precisamente nella sua accezione negativa. Anche l’amore,
se è vero che fa stare male, è una sindrome.
E di secolo. Ovvero tempo che si muove in avanti. Spaccato
nettamente in due per definire meglio la differenza fra modi
di essere ben distinti: il primo femminile (dedicato alla
madre del regista), il secondo maschile (dedicato al padre).
Il cinema di Apichatpong Weerasethakul è personalissimo,
ermetico, indecifrabile. Racconta di sé e del proprio
modo di sentire e vivere gli affetti. La memoria è
l’unico impulso su cui si regge tutto il film, depositario
di immagini così come la mente lo è dei ricordi.
Due universi paralleli che si mescolano, si confondono e perdono
i loro confini. Senza un vero perché ma assecondando
il gusto di riafferrare le sensazioni della memoria. Si allude
al ricordo e se ne fa il protagonista assoluto ma non lo si
ripropone nella sua totalità quantica ma piuttosto
nella sua infinitesima essenzialità. Il ricordo viene
suggerito senza che per forza corrisponda ai fatti realmente
accaduti. Il ricordo si respira, si vive, si evoca ma il ricordo
alla fine non esiste. Passa. Come passa inesorabile il tempo.
[marco catola]