Sang Sattawat - Syndromes And A Century
id.
Regia
Apichatpong Weerasethakul
Sceneggiatura
Apichatpong Weerasethakul
Fotografia
Sayombhu Mukdeeprom
Montaggio
Lee Chatametikool
Scenografia
Akekarat Homlaor
Costumi
Virasinee Tipkomol,
Askorn Sirikul
Suono
Koichi Shimizu
Akritchalerm Kalayanamitr
Produzione
Kick the Machine, TIFA
Interpreti
Nuntarut Sawaddikul, Jaruchai Ieamaram, Nu Nimsomboon,
Sophon Pookanok, Arkanay Cherkam, Sin Kaewpakpin
Anno
2006
Durata
105'
Nazione
Thailandia - Francia - Austria
Genere
drammatico
Distribuzione
Uscita
 

Sang Sattawat procede secondo due piani narrativi: nel primo la dottoressa Nuntarut viene corteggiatadal timido Mr. Toa che tenta malamente un approccio amoroso. La dottoressa, però, non sembra corrispondere ai suoi sentimenti e preferisce tuffarsi a capofitto nel ricordo di Mr. Sopon, proprietario di una collezione di orchidee conosciuto qualche giorno prima di cui si è invaghita, intanto il dottor Nohng è al suo primo giorno di servizio in ospedale; nel secondo ritroviamo sempre la stessa situazione: il timido Mr Toa che corteggia la dottoressa Nuntarut che non sembra interessata. E il dottor Nohng, al suo primo giorno di servizio, fa visita ad un vecchio amico nell’ambulatorio di fisioterapia e a fine giornata si incontra con la fidanzata.
Due storie che si ripetono. A distanza di tempo. In apparenza identiche in realtà dotate di dettagli quasi impercettibili che ne rivelano la basilare diversità. Attimi di una vita paralleli. Che si susseguono (o si precedono o si sovrappongono). Cambia la location. Nel primo siamo in un piccolo ospedale di campagna. Nel secondo in un moderno ospedale di città. Si alternano i punti di vista. Si aggiungono piccoli elementi. L’incontro con un monaco che voleva fare il dj, il flashback del venditore di orchidee, la lezione di fitness. Senza continuità di tempo. Il tempo è relativo. Tutto scorre. E tutto ritorna. In un cerchio inestimabile di vita e morte.
Dopo Blissfully Yours e Tropical Malady, esplorazioni personalissime, il primo del mondo del cinema e il secondo di se stesso, Apichatpong Weerasethakul chiude questa trilogia tornando per l’ultima volta ad analizzare una dualità. Come suggerisce il titolo, che in inglese viene tradotto in Syndromes And A Century, si tratta di sindrome, intendendola non precisamente nella sua accezione negativa. Anche l’amore, se è vero che fa stare male, è una sindrome. E di secolo. Ovvero tempo che si muove in avanti. Spaccato nettamente in due per definire meglio la differenza fra modi di essere ben distinti: il primo femminile (dedicato alla madre del regista), il secondo maschile (dedicato al padre).
Il cinema di Apichatpong Weerasethakul è personalissimo, ermetico, indecifrabile. Racconta di sé e del proprio modo di sentire e vivere gli affetti. La memoria è l’unico impulso su cui si regge tutto il film, depositario di immagini così come la mente lo è dei ricordi. Due universi paralleli che si mescolano, si confondono e perdono i loro confini. Senza un vero perché ma assecondando il gusto di riafferrare le sensazioni della memoria. Si allude al ricordo e se ne fa il protagonista assoluto ma non lo si ripropone nella sua totalità quantica ma piuttosto nella sua infinitesima essenzialità. Il ricordo viene suggerito senza che per forza corrisponda ai fatti realmente accaduti. Il ricordo si respira, si vive, si evoca ma il ricordo alla fine non esiste. Passa. Come passa inesorabile il tempo.
[marco catola]