Il
detective Yoshioka sta indagando su alcuni omicidi seriali.
Sul luogo del crimine viene rinvenuto un bottone che sembra
appartenere alla sua giacca e su un cadavere ci sono impresse
le sue impronte digitali. Nessuno crede che lui possa essere
coinvolto, di sicuro c’è stato un errore. Eppure
Yoshioka è preoccupato, la sua memoria comincia a vacillare
e non è più sicuro di essere innocente. Intanto
una delle vittime lo continua a perseguitare in misteriose
visioni soprannaturali…
Dopo l’inquietante Kairo,
di cui è uscito nelle sale di recente il remake americano
Pulse,
Kurosawa, che non ha nessuna parentela con il maestro giapponese
Akira, torna a parlare di fantasmi. La cultura giapponese
ne è piena di storie (le cosiddette kaidan). Entità
legate alla morte che dall’aldilà tornano nel
mondo dei vivi. Ma a differenza di quello che si può
pensare in virtù della nostra tradizione letteraria,
non sempre tornano per fare del male. Spesso si fanno portavoce
di un messaggio o devono compiere una missione (che magari
non sono riusciti a portare a termine quando erano in vita).
Yoshioka è perseguitato dal fantasma di una donna in
abito rosso, una delle vittime del caso su cui sta indagando.
Ma cosa può volere da lui? E’ in qualche modo
collegato alla sua morte? Il titolo in inglese è Retribution
cioè vendetta ma anche punizione. Alla base di questa
apparizione c’è il rancore. Yoshioka ha dimenticato
quello che ha fatto. Il fantasma gli si presenta per indurlo
a ricordare e a prendersi le sue responsabilità. C’è
comunque un castigo. Anche a distanza di tempo. Passano gli
anni, si dimentica il passato e si pensa al futuro. Si va
avanti ma non è possibile cancellare tutto. Questo
fantasma non nutre rancore verso una persona sola ma piuttosto
è il trait d’union tra colpe comuni. Il suo rancore
assume delle proporzioni decisamente maggiori. Ha quasi una
valenza universale perché finisce per punire tutti
quelli che sono stati coinvolti nel crimine. Alla fine Yoshioka
verrà perdonato in una sorta di redenzione personale.
Ma l’espiazione della colpa non significa raggiungimento
della felicità. Avere salva la vita non vuol dire avere
la coscienza pulita. I sensi di colpa rimangono e il vero
castigo consiste forse nel costringerti a conviverci per sempre.
[marco catola]