Straub
e Huillet non hanno bisogno di presentazioni. Sono una delle
coppie (nel cinema e nella vita) più inossidabili.
Il festival di Venezia aveva già dedicato loro una
personale completa nel 1975. A distanza di circa trent’anni
tornano al Lido ma questa volta in concorso con Quei
loro incontri, trasposizione cinematografica dell’omonimo
lavoro teatrale messo in scena sempre da loro esattamente
un anno fa al teatro Francesco di Bartolo di Pisa.
L’opera teatrale si ispira ai “Dialoghi con Leucò”
di Cesare Pavese che esplora il rapporto tra uomini e dei.
La narrazione avviene attraverso le parole di un gruppo di
contadini alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta,
essenzialmente, del seguito di “Dalla nube alla Resistenza”
che i due registi realizzarono nel 1979. Straub e Huillet
seguono il loro consueto rigore formale (camera fissa e declamazione
in versi), girano in lingua italiana (non è una novità
anche Trop tot, trop tard era
in italiano e Othon era in francese
ma girato in Italia) e dividono il film in quattro segmenti,
ciascuno con due personaggi: nel primo fratello e sorella,
di spalle, rivolti verso l’orizzonte si interrogano
sulla natura degli dei, nel secondo due divinità nascoste
tra i cespugli del bosco ragionano sulla loro identità
di esseri divini, nel terzo due cacciatori disquisiscono tra
le rocce sulla condizione dell’uomo di fronte agli dei,
nell’ultimo una dea spiega ad un contadino in cosa consiste
la sua superiorità rispetto agli uomini.
Esempio di puro cinema letterario, fuori del tempo e dello
spazio, emblema di un mondo anche artistico che non c’è
più e che fa fatica a sopravvivere nell’incosciente
frenesia della società di oggi.
Assolutamente improponibile in un concorso, se mai era auspicabile
la sua presenza in una sezione collaterale fuori concorso
o come omaggio alla coppia di cineasti. Il pubblico non è
pronto a simili operazioni artistiche e al Festival di Venezia
se ne è tenuto lontano disertando la proiezione. [marco
catola]