Nel
17° secolo, la guerra imperversa e il Regno della Regina
di Langkasuka è preso in scacco da un principe ribelle
che ha fatto accordi con i malvagi pirati del capitano Corvo
Nero: l’obiettivo è impossessarsi del cannone
di Langkasuka. L’artiglieria è schierata, la
fanteria è mobilitata, la forza “Doo Lam”
è stata liberata. Lo scontro è critico. La regina
di Langkasuka e le due sorelle principesse devono proteggere
il reame dagli invasori, anche a costo di mettere al fronte
la loro stessa vita…
Classe 1962 Nimibutr è regista (anche di pubblicità,
corti e video-clip) produttore e sceneggiatore. Il suo lungometraggio
più celebre - riconosciuto a livello internazionale
- è l’elegante ghost story Nang
Nak (presentato al Far East Film Festival di Udine
nel 2000), film che lo accredita tra i grandi autori del nuovo
cinema thailandese al fianco di Pen-Ek Ratanaruang, Wisit
Sasanatieng and Apichatpong Weerasethakul.
Per la prima volta alle prese con un “fantasy action”
a grosso budget, Nonzee Nimibutr racconta qui di pirati, di
stregoni, di “cavalieri Jedi” subacquei che cavalcano
balene e di potenti e contesi cannoni giganti. Una vivace
umanità e una bizzarra artiglieria al centro di una
appassionante saga capace di mescolare elementi arcaici con
altri ultramoderni ricreando un universo dal sapore “salgariano”.
Considerato una sorta di
è “Pirati dei Caraibi asiatico” non mancano
infatti riferimenti alla cultura e al cinema occidentale con
tematiche come la formazione dell’eroe, il sacrificio
per la giusta causa, la forza e suo lato oscuro che lo collega
al cinema di George Lucas.
Pirati, creature mitologiche, grandi scene di battaglia su
terra e mare, magia bianca e nera, amori e tradimenti, condiscono
uno spettacolo avvincente dal punto di vista visivo ed emotivo,
sostenuto da un ritmo altissimo ed una fluidità narrativa
che nulla ha da invidiare ai colleghi americani.
Il
film eccelle per le scene d’azione, con duelli brevi
e crudeli capeggiati da donne che combattono come e quanto
gli uomini, combattimenti dominati dall’abbondanza di
una sorta di fantasia esotica che conduce, catturando lo spettatore,
in modo fluido e avvincente, alla grande e spettacolare battaglia
finale, guidata dalla presenza scenica di Ananda
Everingham, l'Orlando Bloom asiatico.
[fabio melandri]