Il
Fuori Concorso della 62esima Mostra Internazionale D’Arte
Cinematografica di Venezia, che raggruppa sotto un’unica
denominazione le vecchie categorie pontecorviane di Fuori Concorso
e Mezzanotte, ha riservato ai “fortunati” frequentatori
del Lido alcune opere UFO, veri oggetti difficilmente classificabili
e sinceramente inspiegabili all’interno di un Festival
del Cinema che porta orgogliosamente nella propria dicitura
il termine Arte. Senza avere la puzza sotto il naso ed evitando
di arroccarsi nei fortini della critica militante in difesa
del presunto genio incompreso di Tizio o autore intellettualoide
alla Caio, risulta francamente indifendibile l’operetta
Il profumo della dama in nero di
Bruno Podalydès, mediocre trasposizione di un racconto
di Leroux come la precedente opera del regista transalpino Il
Mistero della camera gialla, passato come una meteora
anche nei cinema italiani un paio d’anni fa.
La trama è presto detta. Mathilde Stangerson e Robert
Darzac, novelli sposi, si recano in villeggiatura a casa degli
amici Edith e Arthur Rance al Chatéau d’Hercule,
dove la loro quiete viene turbata dalla comparsa di un misterioso
illusionista perito durante una delle sue esibizioni.
Abortito tentativo di rigenerare il filone giallo-avventuroso
attraverso il recupero ed aggiornamento della grande tradizione
del romanzo d’appendice, se ne deduce un’opera fuori
dal tempo, scialba nella confezione come nella sostanza con
una trama risibile e personaggi a metà strada tra le
macchiette e la pura demenza.
[fabio melandri]
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