Plastic City
Dangkou
Regia
Yu Lik-wai
Sceneggiatura
Yu Lik-wai, Fernando Bonassi
Fotografia
Yiu-Fa Lai
Montaggio
Wenders Li
Scenografia
Cassio Amarante
Costumi
Cristina Camargo
Musica
Yoshihiro Hanno
Interpreti
Joe Odagiri, Anthony Wong, Huang Yi, Jeff Chen
Produzione
Gullane and Xstream Pictures, Sundream Motion Pictures, Bitters End, Paris Filmes
Anno
2008
Nazione
Brasile, Cina, Hong Kong, Giappone
Genere
drammatico
Durata
118'
Distribuzione
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Uscita
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Giudizio
Media
| sito italiano |

La leggenda narra che se incontri la tigre bianca non la devi mai guardare negli occhi altrimenti morirai. Il piccolo Kirin, in fuga nella foresta amazzonica, incontra la tigre bianca e disgraziatamente la guarda. Da quel momento il suo destino è segnato. A poco varrà l’intervento di Yuda che lo porterà in salvo nelle terre vicine del Brasile. È solo una questione di tempo. Anche se Kirin è cresciuto e gestisce con Yuda, divenuto suo padre adottivo, il racket delle merci contraffatte nel quartiere multietnico di Liberdade a San Paolo, lo spirito della tigre bianca prima o poi verrà a riprendersi ciò che le appartiene.
Variopinto e ipertrofico viaggio nello spirito di due predestinati. Sorta di salto iperbolico all’interno del mistero della vita ultraterrena attraverso lo scorcio esistenziale di due dannati. Padre e figlio. Ma solo di spirito non di sangue. L’istinto di sopravvivenza li ha uniti per sempre ma l’indole dell’uno, maturo ed esausto, non collima con l’ambizione dell’altro, giovane ed impulsivo. La vita vissuta appieno in tutto il suo flusso energetico e la vita appena iniziata nel suo acerbo percorso. Denaro, amore, successo. In un attimo ottenuti e in un attimo svaniti. Il complesso gioco ad incastro di crimini, violenze, sangue e tradimento soccombe di fronte ad un destino segnato cui non si può sfuggire.
L’ermetismo di una messa in scena tutta incentrata su un’esasperante dinamicità e un’estetica vertiginosa non permette quella linearità concettuale che ci si aspetterebbe da un apparente fumettone noir. Yu Lik-wai filosofeggia. Costruisce e decostruisce. Immagini, pensieri, azioni. Contamina paesaggi e persone. Si abbandona a cupe divagazioni sciamaniche. Estremizza l’approccio religioso e si inabissa in deliranti trip al limite della psichedelia.
Con una struttura circolare (inizia e finisce con la giungla al confine con il Brasile) che richiama alla mente il tradizionale percorso di vita e morte cristiane. Frastornante, sconfinato, a tratti incomprensibile, decisamente inclassificabile. Non per tutti i gusti ma dotato di un suo fascino misterioso. [marco catola]