La leggenda
narra che se incontri la tigre bianca non la devi mai guardare
negli occhi altrimenti morirai. Il piccolo Kirin, in fuga
nella foresta amazzonica, incontra la tigre bianca e disgraziatamente
la guarda. Da quel momento il suo destino è segnato.
A poco varrà l’intervento di Yuda che lo porterà
in salvo nelle terre vicine del Brasile. È solo una
questione di tempo. Anche se Kirin è cresciuto e gestisce
con Yuda, divenuto suo padre adottivo, il racket delle merci
contraffatte nel quartiere multietnico di Liberdade a San
Paolo, lo spirito della tigre bianca prima o poi verrà
a riprendersi ciò che le appartiene.
Variopinto e ipertrofico viaggio nello spirito di due predestinati.
Sorta di salto iperbolico all’interno del mistero della
vita ultraterrena attraverso lo scorcio esistenziale di due
dannati. Padre e figlio. Ma solo di spirito non di sangue.
L’istinto di sopravvivenza li ha uniti per sempre ma
l’indole dell’uno, maturo ed esausto, non collima
con l’ambizione dell’altro, giovane ed impulsivo.
La vita vissuta appieno in tutto il suo flusso energetico
e la vita appena iniziata nel suo acerbo percorso. Denaro,
amore, successo. In un attimo ottenuti e in un attimo svaniti.
Il complesso gioco ad incastro di crimini, violenze, sangue
e tradimento soccombe di fronte ad un destino segnato cui
non si può sfuggire.
L’ermetismo di una messa in scena tutta incentrata su
un’esasperante dinamicità e un’estetica
vertiginosa non permette quella linearità concettuale
che ci si aspetterebbe da un apparente fumettone noir. Yu
Lik-wai filosofeggia. Costruisce e decostruisce. Immagini,
pensieri, azioni. Contamina paesaggi e persone. Si abbandona
a cupe divagazioni sciamaniche. Estremizza l’approccio
religioso e si inabissa in deliranti trip al limite della
psichedelia.
Con una struttura circolare (inizia e finisce con la giungla
al confine con il Brasile) che richiama alla mente il tradizionale
percorso di vita e morte cristiane. Frastornante, sconfinato,
a tratti incomprensibile, decisamente inclassificabile. Non
per tutti i gusti ma dotato di un suo fascino misterioso.
[marco catola]