Para
entrar a vivir. Pronto per viverci. Questo è il messaggio
che riporta un annuncio immobiliare che Clara e Mario hanno
trovato nella cassetta delle lettere. Che strana coincidenza.
Stanno proprio cercando un appartamento in cui trasferirsi.
Il prezzo è abbordabile, la zona un po’ fuori
mano ma sembra un’occasione. Sarebbe un peccato non
coglierla. Prendono appuntamento e partono. Pieni di speranza.
La zona non è proprio delle migliori ma con la pioggia
torrenziale che viene giù sembra anche peggio. Magari
non è così brutta quando splende il sole. La
palazzina, però, è molto vecchia, quasi fatiscente.
L’appartamento malandato. Non è certo pronto
per viverci come diceva l’annuncio. Non può fare
al caso loro. Mario e Clara se ne vogliono andare. Ma la responsabile
dell’agenzia insiste.
Quell’appartamento è fatto su misura per loro
due. E sembra davvero convincente. Troppo convincente. La
giovane coppia si lascia trascinare all’interno delle
mura di questo edificio senza sapere che non ne uscirà
mai più…
Balaguerò, ex-enfant prodige del cinema horror spagnolo,
torna alla mostra di Venezia a un anno esatto di distanza
da Fragile,
il thriller soprannaturale con Calista Flockhart ambientato
in un ospedale infestato dai fantasmi. E ci torna con il pilot
di un ciclo di film per la TV intitolato Peliculas
para no dormir, di cui fanno parte altri cinque film
diretti da altrettanti registi spagnoli tra cui anche Alex
De La Iglesia e Paco Plaza.
Per il primo quarto d’ora il film regge. Balaguerò
riesce a tenere alta la tensione. Il mistero di un edificio
maledetto, eventi inspiegabili, atmosfera inquietante. Poi
non appena i giochi si fanno chiari tutto salta. La cinepresa
comincia a traballare come fosse su una nave. Gli attori strillano
anche quando non dovrebbero. E il nonsense domina incontrastato
la scena. I protagonisti sono in due, in una casa sperduta,
con una sconosciuta che li aggredisce e nessuno dei due si
difende? Ma com’è possibile? Nel mondo di oggi
in cui la violenza è all’ordine del giorno…
E in una situazione di sopravvivenza così estrema che
indurrebbe anche la pecorella più placida a reagire.
E qui c’è anche un uomo e pure bello in forze.
Non è proprio credibile che soccomba sotto i colpi
di una donna, sì invasata e violenta quanto vuoi, ma
pur sempre una donna. Ma poi ancora: riescono a fuggire, feriscono
la pazza assassina e continuano a dire che è morta.
Ma perché? Si rincuorano a vicenda dicendo che è
morta. Ma se quando scappano è ancora lì che
si muove e tenta di liberarsi dal tritatutto che le ha massacrato
una mano perché insistono a dire che è morta?
E ancora: non riescono ad uscire perché le chiavi del
portone ce l’ha sempre la pazza assassina ma allora
perché si dividono e solo lui ritorna nell’appartamento
a cercare le chiavi? Nel caso fosse libera di aggredirli di
nuovo meglio essere in due tanto più che lui è
ferito a morte. E ancora: quando sono in ascensore hanno in
mano un coltello da macellaio e uno di quegli spara-scarica-elettriche
che si usano nelle carceri e allora come mai non usano nessuna
delle due armi quando vengono aggrediti? E mi fermo qua ma
ce ne sono all’infinito. Ora se si considera che il
film dura appena 68 minuti se si esclude il primo quarto d’ora
restano ben 53 minuti di errori intollerabili! Il che è
inaccetabile. Tanto più che con un genere come l’horror
non si è poi così esigenti. Si può anche
sorvolare sulla verosimiglianza degli eventi ma un minimo
di credibilità è doveroso. Poi potete squartare,
sbudellare, urlare quanto volete. Ma se vengono meno realismo
e tempistica dell’azione allora non c’è
horror che tenga. Anzi l’horror non c’è
proprio. [marco catola]