Come
spesso accade con il cinema di Botelho, che ci ha ormai abituati
a digressioni filosofico-politiche partendo dalla rilettura
di testi classici, anche in O fatalista
l’arguto regista portoghese riprende il romanzo settecentesco
di Diderot, “Jacques il fatalista” (lo stesso cui
si era ispirato anche Bresson per La Dame
du Bois de Boulogne) e lo ambienta ai giorni nostri.
Attraverso il viaggio di Tiago, autista di un uomo di classe,
Botelho ci porta ancora una volta nel suo magico mondo di avventure
tragicomiche tra visioni deliranti, incontri immaginari, storie
d’amore e lotte di classe. Per il regista tutto il bene
o il male che accade quaggiù è scritto lassù.
Il senso della vita sta solo nel fato. Ma la fede nel destino
se la deve sempre vedere con la possibilità che questo
destino può essere comunque stravolto. Basta scegliere
la direzione da far prendere ai propri pensieri e tutto può
succedere. Quello che finora andava in una direzione può
cambiare senso e andare nella direzione opposta. La realtà
si sfaccetta, si moltiplica, si capovolge. E’solo l'uomo
la causa e l'artefice di ogni cosa, basta rendersi conto che
la vita è una strada piena di incroci da cui si può
iniziare sempre e comunque un nuovo percorso.
Perennemente in bilico tra immagini e parole, O
fatalista è un esempio di allegoria politica e
morale in chiave moderna. Se nel ‘700 l’Illuminismo
aveva bisogno di promuovere con opere scritte il progresso sociale
e scientifico, oggi il cinema riesce a rappresentare per immagini
la complessa molteplicità di valori che regolano la vita.
Il bene trascina con sé il male così come il male
trascina con sé il bene. Una cosa è vera così
come è vero il suo esatto contrario. Dualismo cosmico
in una caos generalizzato in cui tutto è possibile.
[marco catola]
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