Next Door
Naboer
Regia
Pål Sletaune
Sceneggiatura
Pål Sletaune
Fotografia
John Andreas Andersen
Montaggio
Darek Hodor
Musica
Simon Boswell
Interpreti
Kristoffer Joner, Cecilie Mosli, Julia Schacht,
Anna Bache-Wiig, Michael Nyqvist
Anno
2005
Durata
76'
Nazione
Norvegia
Genere
thriller
Distribuzione
Un giorno John incontra le vicine della porta accanto, Anne e Kim, due bellissime donne che lo invitano nel loro appartamento. L’appartamento è pieno di scatolame e contenitori d’acqua come se le due fossero in attesa di un possibile assedio. Sorpreso di non averle mai incontrate prima, le due donne sembrano invece conoscerlo intimamente John. Inizia per l’uomo un viaggio allucinatorio ed allucinante nella profondità del proprio ego, attraverso i desideri più nascosti della propria mente ed un lento quanto inesorabile perdita di controllo della propria vita.
Pål Sletaune è uno dei più acclamati registi norvegesi, attivo in patria come regista di spot pubblicitari ed film come Junk Mail (Budbringeren – Il postino) vincitore della Settimana della critica a Cannes nel 1997.Con Naboer firma un omaggio a Roman Polanski, in particolare a L’inquilino del terzo piano e Repulsion, con ammiccamenti a David Lynch per certe ambientazioni che sembrano più luoghi della mente che non fisici.
Un film che indaga percorrendo i sentieri dell’horror psicologico quel sottile confine esistente tra potere e volere, ragione ed istinto, attraverso un avvio disseminato da dettagli apparentemente inspiegabili, particolari illogici che piano piano assumono un loro significato, sebbene non tutto torni in conclusione. Interessante e di sicuro pregio estetico, il film con il passare dei minuti sembra sfuggire al controllo del suo autore incapace di seguire con convinzione almeno una delle due strade che per almeno un’ora di proiezione si lascia aperto: seguire un rigore logico e coerente chiudendo tutte le sottotrame aperte durante il processo narrativo, oppure virare decisamente sul surrealismo puro introducendoci in un mondo di assoluto non-senso e privo di ogni forma di logicità. Ebbene Sletaune rimane a metà strada tra le due opzioni, tanto da dare la sensazione che l’intera opera alla fine non sia altro che uno sterile esercizio di stile.
[fabio melandri]