Un
giorno John incontra le vicine della porta accanto, Anne e Kim,
due bellissime donne che lo invitano nel loro appartamento.
L’appartamento è pieno di scatolame e contenitori
d’acqua come se le due fossero in attesa di un possibile
assedio. Sorpreso di non averle mai incontrate prima, le due
donne sembrano invece conoscerlo intimamente John. Inizia per
l’uomo un viaggio allucinatorio ed allucinante nella profondità
del proprio ego, attraverso i desideri più nascosti della
propria mente ed un lento quanto inesorabile perdita di controllo
della propria vita.
Pål Sletaune è uno dei più acclamati registi
norvegesi, attivo in patria come regista di spot pubblicitari
ed film come Junk Mail (Budbringeren –
Il postino) vincitore della Settimana della critica a
Cannes nel 1997.Con Naboer firma un omaggio a Roman Polanski,
in particolare a L’inquilino del terzo piano e Repulsion,
con ammiccamenti a David Lynch per certe ambientazioni che sembrano
più luoghi della mente che non fisici.
Un film che indaga percorrendo i sentieri dell’horror
psicologico quel sottile confine esistente tra potere e volere,
ragione ed istinto, attraverso un avvio disseminato da dettagli
apparentemente inspiegabili, particolari illogici che piano
piano assumono un loro significato, sebbene non tutto torni
in conclusione. Interessante e di sicuro pregio estetico, il
film con il passare dei minuti sembra sfuggire al controllo
del suo autore incapace di seguire con convinzione almeno una
delle due strade che per almeno un’ora di proiezione si
lascia aperto: seguire un rigore logico e coerente chiudendo
tutte le sottotrame aperte durante il processo narrativo, oppure
virare decisamente sul surrealismo puro introducendoci in un
mondo di assoluto non-senso e privo di ogni forma di logicità.
Ebbene Sletaune rimane a metà strada tra le due opzioni,
tanto da dare la sensazione che l’intera opera alla fine
non sia altro che uno sterile esercizio di stile.
[fabio melandri]
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