Il mio sogno più grande
Gracie
Regia
Davis Guggenheim
Sceneggiatura
Lisa Marie Petersen,
Karen Janszene
Fotografia
Chris Manley
Montaggio
Elizabeth Kling
Scenografia
Jennifer Dehghan, Dina Goldman
Costumi
Elizabeth Caitlin Ward
Musica
Mark Isham
Interpreti
Carly Schroeder, Elisabeth Shue, Andrew Shue, Dermot Mulroney
Produzione
Elevation Filmworks, Ursa Major Films LLC
Anno
2007
Nazione
USA
Genere
drammatico
Durata
93'
Distribuzione
Moviemax
Uscita
18-07-2008
Giudizio
Media

Sinossi
La quindicenne Gracie Bowen (Carly Schroeder) vive a South Orange nel New Jersey ed è l’unica femmina in una famiglia di tre figli maschi. La vita dei Bowen ruota quasi esclusivamente attorno agli uomini della famiglia finchè un giorno si verifica un triste evento: Johnny (Jesse Lee Soffer), il fratello maggiore di Gracie - suo unico alleato all’interno della famiglia - rimane ucciso in un incidente automobilistico.
Gracie decide di riempire il vuoto lasciato dal fratello impiegando tutti i suoi sforzi per convincere suo padre e i suoi fratelli che lei è forte abbastanza per realizzare il sogno che suo fratello rincorreva da sempre: segnare il gol della vittoria nella sua squadra di calcio. Per vincere questa sfida però trascurerà la scuola, allontanando i suoi amici e rischiando di perdere il fidanzato. Ma grazie alla sua tenacia Gracie non solo spingerà il padre e i suoi amici a vederla come la persona bella e forte che è sempre stata, ma riuscirà anche a tenere unita la famiglia in un momento estremamente difficile.

Il film Il mio sogno più grande racconta la storia di una ragazzina che nel 1978, dopo aver perso suo fratello in un incidente stradale, rischia di perdere contatto con il suo mondo e fatica ad integrarsi nella sua famiglia ma si impegna con incredibile determinazione a realizzare il sogno più grande del fratello che l’ha lasciata. La storia si basa su fatti realmente accaduti alla famiglia Shue (e più specificatamente al produttore e co-interprete Andrew Shue e all’attrice nominata agli Academy Award® Elisabeth Shue). La pellicola è diretta dal regista premio Oscar® Davis Guggenheim (Una Scomoda Verità), che, tra l’altro, è anche il marito di Elisabeth Shue.
Il film vanta una straordinaria colonna sonora anni ‘70, che include brani dei Boston, dei Blondie, di Aretha Franklin e Bruce Springsteen.

Un Progetto di Famiglia
"E’ una storia che volevo raccontare da circa dieci anni", spiega il produttore e interprete di Il mio sogno più grande Andrew Shue, a proposito della genesi del film. “In principio volevo raccontare una storia che rendesse omaggio alla memoria di nostro fratello maggiore Will, per ricordare la nostra amata giovinezza, utilizzando come sfondo della vicenda il calcio, che è stato il nostro sport di famiglia. La storia ha iniziato a prendere forma quando al progetto si sono uniti sia Davis che mia sorella Elisabeth. Davis pensava che questo film potesse essere un modo per rendere omaggio anche a mia sorella, che giocava a calcio con i ragazzi ed è cresciuta in una famiglia dominata da noi maschi”.
"La cosa stupefacente di questo progetto è che tutta la nostra famiglia vi sia stata coinvolta”, racconta Andrew. "E’ stato un sogno poter lavorare insieme a mia sorella, a Davis e a mio fratello John, che si è laureato alla Harvard Business School ed è stato strumentale per risolvere tutti i problemi finanziari che abbiamo dovuto affrontare. Non era previsto che fosse un film fatto in famiglia, ma, poi, quando il progetto ha iniziato a prendere forma è apparso subito chiaro che tutti noi dovessimo prendervi parte”.
Nonostante ciò, le riprese di Il mio sogno più grande non sono state affatto semplici. "La cosa più difficile è stata mantenere il realismo della storia. Volevamo essere sicuri che le vite di queste persone non venissero sminuite e che la storia fosse raccontata in maniera fedele e leale", spiega Guggenheim. " In merito a questo abbiamo avuto lunghe conversazioni con Elisabeth, abbiamo discusso sul modo in cui utilizzare la storia della nostra famiglia come punto di partenza. Anche se, alla fine, gli attori hanno dovuto trovare da sé i propri personaggi”.

La famiglia Shue e il calcio
A metà degli anni ’70, nel cortile della loro casa nel New Jersey, gli Shue si stimavano a seconda di come giocavano a calcio. Indossavano tutti il numero sette, lo stesso numero indossato dal padre quando era capitano della squadra del College di Harvard, nel 1958. Elisabeth è stata l’unica ragazza a giocare a South Orange e a Maplewood; ha fatto parte delle squadre di calcio di queste città dai nove ai tredici anni di età. Will, il maggiore dei fratelli, è stato il capitano della squadra della Columbia High School; ha segnato lui il gol decisivo del Campionato Statale del 1978. John, il fratello più giovane, ha giocato a livello regionale nel periodo in cui frequentava il College di Harvard. Andrew giocava al Dartmouth College, poi, a livello professionistico ha giocato prima in Africa e in seguito negli Stati Uniti, nel Los Angeles Galaxy.
Una volta, un giornale locale scrisse un articolo in cui si parlava del fatto che c’era un membro della famiglia Shue in ogni singola squadra della lega calcio locale: dal padre di Andrew e Elisabeth, fino a John, il fratello minore.
“Nella nostra famiglia, come in quella di Gracie, l’unico modo per catturare l’attenzione era quello di segnare gol e di distinguersi in ambito sportivo. Amavo il calcio, anche se, alcune volte, essere l’unica ragazza in una squadra di maschi mi faceva sentire molto sola. Mi piaceva anche la competizione e il fatto di riuscire ad essere considerata alla pari dei miei compagni maschi”, racconta Elisabeth Shue.
Parlando a proposito dell’impatto di questo sport sulla sua famiglia, Andrew spiega, “Il calcio era la nostra linfa vitale. Era ciò che ci definiva e ci spingeva ad avere fiducia in noi stessi. Rappresentava anche un legame con nostro padre, che, a sua volta, era stato un giocatore di calcio; in poche parole era qualcosa da condividere di generazione in generazione. Credo che il calcio sia in assoluto lo sport più simile alla vita. Devi lavorare e lavorare e se sei fortunato riesci a mettere la palla dentro alla rete una volta ogni tanto. Qualche volta basta questo per vincere”.

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