Ogni
notte, mentre la città dorme, Ahmad, un immigrato pakistano,
trascina il suo chiosco ambulante per le strade di New York
fino al suo angolo di Midtown (Manhattan). Ogni mattina serve
le sue ciambelle ad una città che non riesce a sentire
come sua. Interagisce con immigrati suoi connazionali ed altri
lavoratori della strada in un disegno a tinte chiaroscurali.
A chiunque sia stato nella Grande Mela almeno una volta, non
gli saranno sfuggiti quei chioschi che compaiono alle prime
luci dell’alba negli angoli più trafficati della
città per scomparire nella stessa tarda mattinata. Sono
i chioschi di ciambelle e caffè, una vera istituzione
newyorkese come il ponte di Brooklyn e l’Empire State
Building. Il giovane regista di origini iraniane Ramin Bahrani
ci racconta la storia di uno di questi ambulanti, fantasmi che
appaiono nelle nostre vite per pochi minuti prima di scomparire
nuovamente. Un film che nasce dalla strada e dall’osservazione
della vita di tutti i giorni, con l’attore protagonista
– un sommesso e convincente Ahmad Razvi – che ha
effettivamente lavorato come ambulante a New York e dalla cui
esperienza ha preso spunto il regista per realizzare questo
sua opera. Va da se che New York assume lo status di co-protagonista
di una pellicola che per atmosfere e fotografia ricorda Taxi
Driver di Scorsese e molto cinema americano underground degli
Anni Sessanta e Settanta. Ma un’opera di chiara ispirazione
neorealista con una cinecamera che più che riprendere,
pedina i personaggi e con un finale alla Ladri
di biciclette che sgomenta e lascia con un groppo in
gola difficilmente digeribile.
Un film di facce, di occhi disperati, di improvvisi speranze
e repentine cadute, di amori implosi ed amicizie bruscamente
interrotte, di sopravvivenze e speranze illuse, di disperazione
ma nello stesso tempo di flebili e transitorie gioie. Un’opera
sulla testardaggine dell’uomo a far fronte alle proprie
avversità, che lo spinge sempre e comunque a non mollare
mai ma a resistere... resistere... resistere... Coproduzione
USA/Iran che fa riflettere e sperare che forse con l’aiuto
dell’arte, del cinema molte incomprensioni ed avversità
tra potenti possano un giorno essere superate. Il lato buono
della globalizzazione, il linguaggio cinematografico.
[fabio melandri]
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