Ozon è
tornato ma nessuno sembra essersene accorto. Nonostante il
suo ultimo film sia passato non proprio inosservato al Festival
di Cannes 2005 nella sezione Un certain regard, da noi fa
fatica a trovare un suo spazio e se non fosse per la rassegna
“Cinque pezzi facili” della Teodora di Vieri Razzini
Le temps qui reste, personale
riflessione di Ozon sulla malattia che conduce alla morte,
ce lo sogneremmo. Le solite beghe distributive sulle quali
aleggia un sempre più inspiegabile velo di mistero.
Accontentiamoci allora di questa esile possibilità
e recuperiamo l’ultima fatica di Ozon in lingua originale
in qualche sperduta sala della capitale o di qualche altra
fortunata città.
Un giovane fotografo di moda, dopo aver scoperto di avere
solo un mese di vita, decide di passare gli ultimi momenti
che gli restano tra famiglia, amore e ricordi… Fino
a lasciarsi morire su una spiaggia deserta.
Da sempre Ozon ci ha abituati ai film di genere. A volte spiazzanti,
a volte interessanti, di sicuro mai banali. Spesso non centra
l’obiettivo che si prefigge. Ma poco importa. Ozon sforna
un film all’anno non curante di pubblico e critica.
Sembra piuttosto che sia animato da una vera passione decisamente
personale e poco altruista. Fa cinema più per sé
che per gli altri. In questa occasione affronta un tema abbastanza
comune come il tempo prima della morte ma con uno stile secco,
asciutto, quasi freddo. Già in Sotto
la sabbia, forse il suo film più riuscito, Ozon
rielaborava il lutto come fine dei giochi. E in completa solitudine.
Là era Charlotte Rampling alla ricerca illusoria di
un marito che non c’era più, qui è Melvil
Poupaud, astro nascente del cinema francese, da noi poco noto
ma oltralpe un vero idolo (come testimonia la presenza allo
scorso Festival di Cannes di un documentario proprio su questo
giovane attore dal titolo Melvil).
Il corpo di Poupaud si ammala, deperisce e muore come un cubetto
di ghiaccio al sole. E in questo percorso decrescente è
il cuore che si rianima. Tutto quello che prima della “brutta”
notizia si dava per scontato adesso risulta imprescindibilmente
necessario (una carezza del partner, un sorriso del nipotino,
un abbraccio della sorella, un colloquio con il padre, una
confessione con la nonna, un rapporto sessuale con una coppia
di sconosciuti). Anche la macchina fotografica fino ad allora
mezzo di sostentamento diventa il testimone più o meno
volontario di una vita vera, senza filtri. Nessuna traccia
dello strazio demagogico dell’agonia né tanto
meno del patetico pietismo del moribondo. C’è
semmai la presa di coscienza che la morte è in arrivo.
Inevitabilmente. Manca la morbosità tipica di Ozon.
Il cammino verso la morte diventa quasi una redenzione morale.
Il cinismo diventa apertura, la meccanicità sentimento,
la sofferenza condivisione. Non sempre Ozon riesce ad essere
padrone della situazione, a volte forza un po’la mano
(l’incontro con la sconosciuta al bar che vuole avere
un bambino da lui), a volte pecca di ridondanza (le continue
apparizioni di se stesso bambino), ma come per il contraddittorio
5x2, anche con Le
temps qui reste si respira un cinema schietto, semplice,
vero. [marco catola]
