Les temps qui reste
id.
Regia
François Ozon
Sceneggiatura
François Ozon
Fotografia
Jeanne Lapoirie
Montaggio
Monica Coleman
Musica
Valentin Silvestrov
Interpreti
Melvil Poupaud, Valeria Bruni-Tedeschi, Jeanne Moreau, Daniel Duval, Marie Riviere, Christian Sengewald, Louise-Anne Hippeau
Anno
2005
Durata
85'
Nazione
Francia
Genere
drammatico
Distribuzione
Teodora

Ozon è tornato ma nessuno sembra essersene accorto. Nonostante il suo ultimo film sia passato non proprio inosservato al Festival di Cannes 2005 nella sezione Un certain regard, da noi fa fatica a trovare un suo spazio e se non fosse per la rassegna “Cinque pezzi facili” della Teodora di Vieri Razzini Le temps qui reste, personale riflessione di Ozon sulla malattia che conduce alla morte, ce lo sogneremmo. Le solite beghe distributive sulle quali aleggia un sempre più inspiegabile velo di mistero. Accontentiamoci allora di questa esile possibilità e recuperiamo l’ultima fatica di Ozon in lingua originale in qualche sperduta sala della capitale o di qualche altra fortunata città.
Un giovane fotografo di moda, dopo aver scoperto di avere solo un mese di vita, decide di passare gli ultimi momenti che gli restano tra famiglia, amore e ricordi… Fino a lasciarsi morire su una spiaggia deserta.
Da sempre Ozon ci ha abituati ai film di genere. A volte spiazzanti, a volte interessanti, di sicuro mai banali. Spesso non centra l’obiettivo che si prefigge. Ma poco importa. Ozon sforna un film all’anno non curante di pubblico e critica. Sembra piuttosto che sia animato da una vera passione decisamente personale e poco altruista. Fa cinema più per sé che per gli altri. In questa occasione affronta un tema abbastanza comune come il tempo prima della morte ma con uno stile secco, asciutto, quasi freddo. Già in Sotto la sabbia, forse il suo film più riuscito, Ozon rielaborava il lutto come fine dei giochi. E in completa solitudine. Là era Charlotte Rampling alla ricerca illusoria di un marito che non c’era più, qui è Melvil Poupaud, astro nascente del cinema francese, da noi poco noto ma oltralpe un vero idolo (come testimonia la presenza allo scorso Festival di Cannes di un documentario proprio su questo giovane attore dal titolo Melvil). Il corpo di Poupaud si ammala, deperisce e muore come un cubetto di ghiaccio al sole. E in questo percorso decrescente è il cuore che si rianima. Tutto quello che prima della “brutta” notizia si dava per scontato adesso risulta imprescindibilmente necessario (una carezza del partner, un sorriso del nipotino, un abbraccio della sorella, un colloquio con il padre, una confessione con la nonna, un rapporto sessuale con una coppia di sconosciuti). Anche la macchina fotografica fino ad allora mezzo di sostentamento diventa il testimone più o meno volontario di una vita vera, senza filtri. Nessuna traccia dello strazio demagogico dell’agonia né tanto meno del patetico pietismo del moribondo. C’è semmai la presa di coscienza che la morte è in arrivo. Inevitabilmente. Manca la morbosità tipica di Ozon. Il cammino verso la morte diventa quasi una redenzione morale. Il cinismo diventa apertura, la meccanicità sentimento, la sofferenza condivisione. Non sempre Ozon riesce ad essere padrone della situazione, a volte forza un po’la mano (l’incontro con la sconosciuta al bar che vuole avere un bambino da lui), a volte pecca di ridondanza (le continue apparizioni di se stesso bambino), ma come per il contraddittorio 5x2, anche con Le temps qui reste si respira un cinema schietto, semplice, vero. [marco catola]