Jean-Pierre
Darroussin è l’attore feticcio di Guediguian.
Volto da uomo comune, piglio tra il popolare e l’intellettuale,
carisma non indifferente. Come spesso succede, in Francia
in particolare, quasi mai in Italia chissà perché,
l’attore oltre a recitare scrive e dirige. Già
l’anno scorso a Venezia aveva esordito nella Settimana
della Critica un altro attore francese, Eric Caravaca, l’interprete
di Son
frère
di Chabrol, con l’intenso e sottostimato Le
passager, da noi purtroppo ancora inedito.
Darroussin non è da meno e per il suo esordio dietro
la macchina da presa sceglie sempre Venezia e, con l’aiuto
dell’amica e collaboratrice, anche lei attrice, Valerie
Stroh, (che nel film si ritaglia il ruolo di una delle vicine
di casa del protagonista), adatta per lo schermo un romanzo
non semplice, Il presentimento
di Emmanuel Bove. Romanzo che è rimasto impresso molti
anni nella mente e nel cuore di Darroussin. Per il suo carattere
misterioso e sconcertante. Per l’astrazione lenta e
progressiva di un “eroe” dal suo mondo abituale.
Per il modo in cui affronta l’incapacità dell’uomo
di comprendere appieno il senso della propria esistenza.Tutte
tematiche che si sposano osticamente con un’idea “leggera”
(anticerebrale, antiintellettuale, antiminimalista) di fare
cinema. Le pressentiment è
un film angusto come le pagine del romanzo da cui è
tratto. E’ la storia di un avvocato benestante che decide
di spezzare tutti i legami con il mondo borghese cui appartiene
(lavoro, moglie, famiglia, amicizie) e di trasferirsi in un
quartiere popolare lontano dal centro caotico di Parigi. Per
non essere più se stesso. O forse per esserlo. Per
essere un altro uomo, diverso da quello che è stato
finora. Il suo tentativo di astrazione non è completamente
fallito. La sua scelta, per tutti inspiegabile, ha un suo
perché. Come in una sorta di teatro dell’assurdo
quest’uomo nuovo si muove senza meta, senza scopi, senza
ambizioni. Si affranca da quel sistema codificato di regole
e convenzioni che la società moderna gli inculca. E’
estraneo allo schematismo morale che ordina il mondo. Non
ha telefono né computer. Per tutti è comunque
un uomo strano. L’attaccamento alla figlia di una vicina
di casa viene subito interpretato come deviazione pedofila.
E questo perché non è riconducibile a nessuna
categoria nota ai più. La diversità incute timore
e deve essere chiarita. Se sta da solo tutto il tempo, non
lavora e frequenta una ragazzina, è per forza un malato.
In realtà è semplicemente una persona speciale.
Che ha fatto una scelta. Il suo declassamento sociale e spirituale
non ha niente a che vedere con il fallimento di una vita.
Piuttosto con la presa di coscienza che non si è padroni
della propria esistenza. Molla tutto ma non il proprio destino
di cui ancora è artefice. La sua apatia è la
sua libertà. La sua solitudine la sua salvezza. Una
fuga sì ma non da se stesso. Se mai dagli altri. Da
tutto un mondo che non gli appartiene più. Per sua
(s)fortuna. [marco catola]