Le pressentiment
Il presentimento
Regia
Jean-Pierre Darroussin
Sceneggiatura
Jean-Pierre Darroussin, Valérie Stroh
Fotografia
Bernard Cavalié
Montaggio
Nelly Quettier
Scenografia
Michel Vandestien
Costumi
Albert Marcoeur
Musica
Albert Marcoeur
Produzione
Agat Films & Cie, Bac Films, France 2 Cinéma
Interpreti
Jean-Pierre Darroussin, Valérie Stroh, Amandone Jannin, Anne Canovas, Nathalie Richard, Hippolyte Girardot, Laurence Roy
Anno
2006
Genere
drammatico
Nazione
Francia
Durata
100'
Distribuzione
Uscita
 

Jean-Pierre Darroussin è l’attore feticcio di Guediguian. Volto da uomo comune, piglio tra il popolare e l’intellettuale, carisma non indifferente. Come spesso succede, in Francia in particolare, quasi mai in Italia chissà perché, l’attore oltre a recitare scrive e dirige. Già l’anno scorso a Venezia aveva esordito nella Settimana della Critica un altro attore francese, Eric Caravaca, l’interprete di Son frère di Chabrol, con l’intenso e sottostimato Le passager, da noi purtroppo ancora inedito.
Darroussin non è da meno e per il suo esordio dietro la macchina da presa sceglie sempre Venezia e, con l’aiuto dell’amica e collaboratrice, anche lei attrice, Valerie Stroh, (che nel film si ritaglia il ruolo di una delle vicine di casa del protagonista), adatta per lo schermo un romanzo non semplice, Il presentimento di Emmanuel Bove. Romanzo che è rimasto impresso molti anni nella mente e nel cuore di Darroussin. Per il suo carattere misterioso e sconcertante. Per l’astrazione lenta e progressiva di un “eroe” dal suo mondo abituale. Per il modo in cui affronta l’incapacità dell’uomo di comprendere appieno il senso della propria esistenza.Tutte tematiche che si sposano osticamente con un’idea “leggera” (anticerebrale, antiintellettuale, antiminimalista) di fare cinema. Le pressentiment è un film angusto come le pagine del romanzo da cui è tratto. E’ la storia di un avvocato benestante che decide di spezzare tutti i legami con il mondo borghese cui appartiene (lavoro, moglie, famiglia, amicizie) e di trasferirsi in un quartiere popolare lontano dal centro caotico di Parigi. Per non essere più se stesso. O forse per esserlo. Per essere un altro uomo, diverso da quello che è stato finora. Il suo tentativo di astrazione non è completamente fallito. La sua scelta, per tutti inspiegabile, ha un suo perché. Come in una sorta di teatro dell’assurdo quest’uomo nuovo si muove senza meta, senza scopi, senza ambizioni. Si affranca da quel sistema codificato di regole e convenzioni che la società moderna gli inculca. E’ estraneo allo schematismo morale che ordina il mondo. Non ha telefono né computer. Per tutti è comunque un uomo strano. L’attaccamento alla figlia di una vicina di casa viene subito interpretato come deviazione pedofila. E questo perché non è riconducibile a nessuna categoria nota ai più. La diversità incute timore e deve essere chiarita. Se sta da solo tutto il tempo, non lavora e frequenta una ragazzina, è per forza un malato. In realtà è semplicemente una persona speciale. Che ha fatto una scelta. Il suo declassamento sociale e spirituale non ha niente a che vedere con il fallimento di una vita. Piuttosto con la presa di coscienza che non si è padroni della propria esistenza. Molla tutto ma non il proprio destino di cui ancora è artefice. La sua apatia è la sua libertà. La sua solitudine la sua salvezza. Una fuga sì ma non da se stesso. Se mai dagli altri. Da tutto un mondo che non gli appartiene più. Per sua (s)fortuna. [marco catola]