Prendete
l’atmosfera di una novella di Verga, La
roba, e tutta la forza emotiva che il meridione di allora
scaturiva. Prendete poi l’arguzia narrativa di Sergio
Rubini, la sua non superficialità, il suo sprigionare
calore da dentro. Prendete un pugno di fratelli, una masseria
da vendere e un omicidio. Mettete una brocca di vino rosso sul
tavolo, come epifania di un sangue generazionale, poi una lite
tra coniugi e gli occhi gonfi d’acredine di un bambino.
Eccovi La terra, da dove tutto
inizia.
Luigi, professore a Milano, torna in Puglia per trovare gli
altri tre fratelli, Mario, Michele e Aldo e provando a convincere
quest’ultimo a vendere la proprietà di famiglia
nella quale lui ancora lavora. Un omicidio e molti sospetti
s’insinueranno tra odi, affetti e ricordi, fino al giusto
baratto con la vita. Girato tra Nardò (Lecce) e Mesagne
(Brindisi), l’ultimo film di Sergio Rubini, pugliese doc,
è una festa di luci ed ombre, acceso dal sole dei pomeriggi
e dai personaggi custodi ognuno di segreti e passioni nascoste.
L’attore, ormai al suo ottavo lavoro come regista, crea
una collisione tra presente e passato, tra bene e male, li fa
convivere sullo stesso fazzoletto di terreno, riprendendo un
lieve filo già tirato da L’amore
ritorna, dove i ricordi erano spettri di rimbalzo fin
troppo consistenti. La pellicola parte vestendosi da rimpatrio
familiare e odorando di sfumature forse già viste, poi
pian piano cambia pelle, si corruga e prende le sembianze di
un giallo multiforme, un noir fatto non solo di parenti (serpenti),
ma di movimenti dell’anima e del corpo, un agglomerato
di passioni viscerali e selvagge che il Sud d’Italia amplifica
coi suoi colori e le sue tradizioni. Il film fino a circa metà
percorso cammina a fianco del recente La
bestia nel cuore di Cristina Comencini, percorrendo
passato e presente all’ombra di una tragedia familiare
che destabilizza perché fuori controllo, poi i due film
si allontanano deviando i propri binari verso direzioni opposte.
Rubini è indiscutibilmente attratto dal mistero, dal
folclore, dai rimandi del tempo e della tradizione come un bambino
che crede nelle streghe e nella magia nera, attratto quanto
impaurito dai riti di una parte d’Italia che si ferma
scenograficamente oltre che cronologicamente ai costanti passi
della modernità (anche L’anima
gemella tendeva verso questa scelta/volontà).
Le funzioni religiose, la processione, le preghiere, gli abiti,
i gesti, il sangue sono elementi di un’alchimia quasi
esoterica, sintomo evidente che Rubini intende esaltare una
realtà che possa ancora sfuggire al controllo, che lasci
qualcosa d’inspiegabile e inaspettato, una dimensione
non ancora definita e non definitiva che il meridione conserva
meglio e con più cura, come una leggenda, una favola
nera, un dogma popolare da rispettare. Un film di luoghi e di
persone quindi, che attingono alla vecchia tradizione della
letteratura ottocentesca e dei suoi personaggi (c’è
qualcosa anche de I fratelli Karamazov
di Dostojevskji), un film di sensazioni e credenze, che stona
un po’ nel finale a lieto fine ma che segna una ulteriore
maturazione di Sergio Rubini, che riesce ad essere più
consistente e narrativamente efficace rispetto ai precedenti
lavori (anche se, personalmente, dopo la sua interpretazione
in Denti di Salvatores potrei giustificargli
qualsiasi cosa) affiancato da attori sempre capaci (Fabrizio
Bentivoglio e Massimo Venturiello) e da altri forse un po’
forzati e non sempre all’altezza (Emilio Solfrizzi e Paolo
Briguglia).
Un film che noi potremmo provare a capire, potremmo vivere immaginando.
Immagini che a noi non appartengono ma che ci trasmettono qualcosa,
una realtà spesso desiderata, altre volte assolutamente
scongiurata. Noi, sempre in costante conflitto interiore tra
quel che è stato e quel che sarebbe potuto essere, tra
un ricordo individuale visto sulle polaroid ed un presente con
alcuni “ma” “se“. Noi, figli unici senza
fraterni legame di sangue, noi solinghi tra schiere di famiglie
geneticamente infinite.
[alessandro
antonelli]
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