Un padre si rivolge al figlio: «Non è tempo di cambiare, sei ancora giovane, questa è la tua colpa. Hai ancora molte cose da conoscere. Trovati una ragazza, sistemati, se vuoi puoi sposarti. Guarda me, sono vecchio ma felice. Una volta ero come sei tu ora, pensa a tutto quello che hai avuto. Tu sarai ancora qui domani, ma forse non i tuoi sogni».
Il figlio replica: «Come posso provare a spiegare? Quando lo faccio, lui va via di nuovo! È sempre la stessa vecchia storia: dal momento in cui potevo parlare, mi è stato ordinato di ascoltare. Ma ora c’è una strada, e io so che devo andarmene».
Questo dialogo tra padre e figlio è contenuto nella canzone “Father and Son” di Yusuf Islam, meglio noto come Cat Steven, prima della conversione all’Islam.
Canzone che fa da cornice ad uno dei quattro quadri che compongo i due atti de “La parola ai giurati”, trasposizione teatrale dell’omonima pellicola del 1957 di Sidney Lumet con Henry Fonda. La storia è semplice. 12 uomini bianchi (uomini arrabbiati, come citava il titolo originale del film) riuniti in una anonima camera di un tribunale, chiamati a decidere la colpevolezza (che comporterebbe la condanna a morte) di un giovane portoricano, accusato da prove apparentemente schiaccianti, di aver ucciso il padre.
11 colpevolisti con la fretta di tornare a casa ed un solo innocentista, non tanto per convinzione quanto perchè la vita di un ragazzo deve valere almeno 5 minuti di discussione…

parola-ai-giurati-ghione-teatroUn figlio che uccide il padre. Ecco il perchè della canzone, che segna il taglio drammatico che il regista ed autore dell’adattamento Claudio Bocaccini ha voluto dare al meccanismo giallo dell’opera originale. Perchè tra i 12 membri della giuria emergono lentamente (attraverso monologhi davanti al pubblico o confidenze tra personaggi), una serie di storie con padri e figli protagonisti: storie di violenza, incomprensioni, paure, fughe. Un mondo pieno di cattivi come cantava sempre Steven in “Wild World”, altra canzone cornice e non casuale dello spettacolo: “oh, tesoro, è un mondo selvaggio / è difficile farcela solamente con un sorriso… sai, ho visto molto di quello che il mondo può fare / e questo mi sta spezzando il cuore in due / perché non vorrei mai vederti triste, ragazza / non essere una cattiva ragazza / ma se vuoi andartene, abbi cura di te / spero che troverai tanti amici simpatici là fuori / ma ricorda solo che ce ne sono / molti di cattivi, sta in guardia”.

Ed è una grande idea narrativa quella di Bocaccini, capace di riempire ex novo un perfetto meccanismo scenico, donandogli nuova vita agli occhi di chi aveva ben presente la pellicola capolavoro: il punto di forza dello spettacolo, senza dubbio. Ma un ragionevole dubbio si ha davanti alla performance dei diseguali attori sulla scena. La recitazione di molti, ma non tutti, appare troppo accademica e attenta alla perfetta dizione piuttosto che alla naturalità dell’espressione. Tanto da scivolare spesso in un’interpretazione urlata, che sebbene sia prevista dal copione pieno di risse consumate o solo desiderate, ha il solo effetto di creare confusione sin troppo generalizzata.
Nel complesso lo spettacolo è da annoverare tra le belle sorprese di questa stagione, augurandoci una seconda, con pochi ma necessari correttivi di cui si sente il bisogno per uno spettacolo da applausi a scena aperta.

TitoloLa parola ai giurati
AutoreReginald Rose
RegiaClaudio Bocaccini
CostumiLucia Mirabile
LuciLuca Palmieri
InterpretiFelice Della Corte, Riccardo Barbera, Paolo Perinelli, Marco Cavallaro, Maurizio Greco, Massimo Cardinali, Giuseppe Russo, Alioscia Viccaro, Andrea Bizzarri, Mario Antinolfi, Giacomo Sannibale, Luca Restagno
Anno2013
GenereDrammatico