Gil
Rosselini (figlio indiano di Roberto Rossellini), era già
approdato a Venezia con un film da lui prodotto, il malese La
principessa del Monte Ledang. E su quella passerella
rossa ci era arrivato con le sue gambe. Adesso un po’
di cose sono cambiate. Durante il suo soggiorno a Stoccolma
per presentare il film al Festival è colto da un malore
e il 19 novembre 2004 cade in un coma profondo per tre settimane.
Al suo risveglio gran parte delle funzioni corporee risulteranno
perse. Il batterio che l’ha colpito, unito ad una meningite
e una polmonite, gli ha divorato gran parte dei tessuti interni.
Fin dal suo risveglio, recuperato l’uso delle braccia,
Gil inizia a riprendere costantemente le sue giornate. La macchina
da presa diventa la sua appendice, il suo unico modo per poter
entrare ancora una volta nel mondo, per poter comunque penetrare
la realtà, pur rimanendo in un letto d’ospedale.
Il documentario è il resoconto della lunghissima degenza
(sette mesi!), ripartita tra le venti operazioni subite nell’ospedale
svedese e il centro di riabilitazione in Svizzera. Circondato
da tantissimo amore di amici, parenti, colleghi, fratelli e
sorelle, infermieri, Gil documenta il suo durissimo cammino
per la riconquista di una quasi normalità. Al di là
di problemi fisici, delle gambe ormai paralizzate e perdute
nell’uso, la cosa che per lui più conta è
essere vivo. Le braccia, la mente, gli possono permettere di
andare ben oltre l’invalidità e la telecamera diventa
pretesto per documentare, ma anche per vedere il mondo dalla
nuova altezza di una sedia a rotelle. Non disquisizioni religiose,
né tunnel, luci e angeli. Non ricerca di compassione
negli altri. Solo il resoconto di eventi che naturalmente lo
hanno segnato per sempre ed è quel “per sempre”
ad essere la cosa più difficile da accettare. Ma se è
possibile tornare a suonare la chitarra o galleggiare nell’acqua
di una piscina, la forza d’animo aumenta. Gil Rossellini
mostra il suo corpo martoriato senza pudore, aiutato dalla sorella
Isabella anche nelle riprese, unito a una forte dose di autoironia,
di amore per la vita e, naturalmente, per il cinema.
[sara
lucarini]
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