“Heimatbuilding
è un concetto che mi ha sempre affascinato. Mi piacciono
le persone che riescono a costruirsi qualcosa anche quando
non ci sono i presupposti per poterlo fare. Sentono attorno
a loro la desolazione, il senso di smarrimento e la complessità
delle cose, ma vanno avanti. Spesso le persone che cercano
di costruirsi un legame con un luogo si isolano, si emarginano.
Mi sono reso conto di un’altra cosa: sono gli uomini
i protagonisti del Heimatbuilding e per mettere in atto questo
processo hanno bisogno di denaro e di una donna. È
così che si arriva al delitto nella storia.”
Così parla Christian Petzold, regista del rpimo film
passato in concorso alla 65 Mostra del Cinema di Venezia,
il tedesco Jerichow un melodramma costruito su una linea narrativa
che ricorda Ossessione di Visconti
e Il postino suona sempre due volte
di Bob Rafelson. Qui i due amanti dannati sono Thomas ex militare
congedato con disonore e Laura bionda moglie di Alì,
proprietario di 45 chioschi di cibo e bevande che da in gestione
a terzi. Thomas entra nelle simpatie di Alì, di cui
diviene fedele autista e assistente, ma la passione cova sotto
la cenere alimentata dalla gelosia di Ali e dalla sua sfiducia
nel genere umano che dal campo lavorativo si trasla in quello
affettivo.
Passioni, desideri, rapporti di dipendenza e segreti vanno
autoalimentadosi l’uno con l’altro all’interno
di un tessuto narrativo freddo, asettico, distaccato ed incapace
di coinvolgere più di tanto lo spettatore nel destino
dei protagonisti.
Unico scatto verso l’alto del film è dato dal
personaggio di Alì, complesso, articolato, sofferto,
violento ma verso cui al simpatia dello spettatore si rivolge,
in un gioco di specchi in cui nessuno è innocente,
nessuno è mai completamente colpevole.
Un film che si lascia vedere e dimenticare con la medesima
facilità. [fabio melandri]