Tratto
dal romanzo omonimo di Ranpo Edogawa, pseudonimo (che non
è altro che la trasposizione fonetica in giapponese
di Edgar Allan Poe) di Hirai Taro, scrittore cult giapponese,
una sorta di Stephen King del Sol Levante (dal quale si distingue
forse per una maggiore efferatezza stilistica e un carattere
rinomatamente cattivo), Inju
sancisce il ritorno di Barbet Schroeder, lo “scomodo”
regista dello psichedelico More
e del ben più noto Il mistero
Von Bulow, al festival di Venezia a distanza di 8 anni
dal controverso La virgen de los sicarios.
Poliedrico e scostante, Schroeder si butta questa volta nel
genere tout court. Inju è
infatti (o almeno dovrebbe essere) un omaggio al noir. Dopo
il prologo dichiaratamente metacinematografico (ulteriore
omaggio al genere “chambara” cioè i film
di samurai), Schroeder si addentra timidamente nel poliziesco
d’altri tempi (non a caso gira in super 35mm) raccontando
la storia di un famoso romanziere francese, Alex Fayard, che,
giunto in Giappone per presentare il suo ultimo bestseller,
si troverà invischiato in una rete di trappole e inganni
ordita dal suo “avversario” Shundei Oe, massimo
scrittore giapponese di gialli la cui identità è
ignota (e dal quale peraltro lo stesso Alex ha preso ispirazione
per i suoi libri). Grazie all’incontro con una bellissima
geisha riuscirà a districarsi dagli impicci ma scoprirà
sulla propria una terribile verità.
Per stessa ammissione di Schroeder Inju non vuole essere un
film d’autore. Piuttosto un film-prototipo che prevede
l’annullamento della nozione stessa d’autore in
virtù di una completa consacrazione alla storia. Paradossalmente
il registro utilizzato da Schroeder è estremamente
lineare con un uso fin troppo tradizionale delle luci (la
fotografia è di Luciano Tovoli alla settima collaborazione
con Schroeder) e delle musiche che rimanda senza dubbio ad
un cinema d’altri tempi ma che poco si addice alle atmosfere
e ai ritmi del thriller moderno. E anche l’intrigo che
si vorrebbe ambiguo e misterioso in realtà si rivela
molto più chiaro di quanto non si pensi. L’aggiunta
ex novo (non esisteva nel romanzo originale) di una geiko
(geisha di Kyoto) pur amplificando la suggestione di un immaginario
stereotipato finisce per limitare l’alone di mistero
intorno alla figura di Shundei Oe. A tratti sembra quasi che
Schroeder si prenda gioco delle regole del genere e non riesca
bene a tenerne sotto controllo le dinamiche tanto da risultare
involontariamente parodico. E se, come si presume, l’intenzione
di Schroeder è tutt’altro che ironica allora
non si può, e forse non si deve proprio, essere troppo
indulgenti.
[marco catola]
.