Inju, the Beast in the Shadow
Inju, la bete dans l'ombre
Regia
Barbet Schroeder
Sceneggiatura
Eitan Arrusi, Jean-Armand Bougrelle, Frédérique Henri,
Barbet Schroeder
Fotografia
Luciano Tovoli
Montaggio
Luc Barnier
Scenografia
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Costumi
Milena Canonero
Musica
Jorge Arriagada
Interpreti
Benoît Magimel, Minamoto Lika, Shun Sugata, Maurice Bénichou, Ryo Ishibashi
Produzione
SBS Film, La Fabrique de Film, France 2 Cinema
Anno
2008
Nazione
Francia
Genere
thriller
Durata
105'
Distribuzione
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Uscita
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Giudizio
Media
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Tratto dal romanzo omonimo di Ranpo Edogawa, pseudonimo (che non è altro che la trasposizione fonetica in giapponese di Edgar Allan Poe) di Hirai Taro, scrittore cult giapponese, una sorta di Stephen King del Sol Levante (dal quale si distingue forse per una maggiore efferatezza stilistica e un carattere rinomatamente cattivo), Inju sancisce il ritorno di Barbet Schroeder, lo “scomodo” regista dello psichedelico More e del ben più noto Il mistero Von Bulow, al festival di Venezia a distanza di 8 anni dal controverso La virgen de los sicarios.
Poliedrico e scostante, Schroeder si butta questa volta nel genere tout court. Inju è infatti (o almeno dovrebbe essere) un omaggio al noir. Dopo il prologo dichiaratamente metacinematografico (ulteriore omaggio al genere “chambara” cioè i film di samurai), Schroeder si addentra timidamente nel poliziesco d’altri tempi (non a caso gira in super 35mm) raccontando la storia di un famoso romanziere francese, Alex Fayard, che, giunto in Giappone per presentare il suo ultimo bestseller, si troverà invischiato in una rete di trappole e inganni ordita dal suo “avversario” Shundei Oe, massimo scrittore giapponese di gialli la cui identità è ignota (e dal quale peraltro lo stesso Alex ha preso ispirazione per i suoi libri). Grazie all’incontro con una bellissima geisha riuscirà a districarsi dagli impicci ma scoprirà sulla propria una terribile verità.
Per stessa ammissione di Schroeder Inju non vuole essere un film d’autore. Piuttosto un film-prototipo che prevede l’annullamento della nozione stessa d’autore in virtù di una completa consacrazione alla storia. Paradossalmente il registro utilizzato da Schroeder è estremamente lineare con un uso fin troppo tradizionale delle luci (la fotografia è di Luciano Tovoli alla settima collaborazione con Schroeder) e delle musiche che rimanda senza dubbio ad un cinema d’altri tempi ma che poco si addice alle atmosfere e ai ritmi del thriller moderno. E anche l’intrigo che si vorrebbe ambiguo e misterioso in realtà si rivela molto più chiaro di quanto non si pensi. L’aggiunta ex novo (non esisteva nel romanzo originale) di una geiko (geisha di Kyoto) pur amplificando la suggestione di un immaginario stereotipato finisce per limitare l’alone di mistero intorno alla figura di Shundei Oe. A tratti sembra quasi che Schroeder si prenda gioco delle regole del genere e non riesca bene a tenerne sotto controllo le dinamiche tanto da risultare involontariamente parodico. E se, come si presume, l’intenzione di Schroeder è tutt’altro che ironica allora non si può, e forse non si deve proprio, essere troppo indulgenti.
[marco catola]

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