Tutta la mia vita in prigione
In Prison My Whole Life
Regia
Marc Evans
Sceneggiatura
Marc Evans, William Francome
Produttore
Livia Giuggioli-Firth,
Nick Goodwin Self
Montaggio
Mags Arnold
Grafica e animazione
Foreign Office
Musica
Robert Del Naja (Massive Attack), Neil Davidge
Canzoni
Snoop Dogg, Wyclef Jean
Interpreti
William Francome, Mumia Abu-Jamal, Amy Goodman, Mos Def, Alice Walker,
Angela Davis, Steve Earle, Snoop Dogg, Robert Meeropol
Produzione
Giuggioli-Firth, Nick Goodwin Self, Domenico Procacci,
Arthur Berndt, Ivo Coulson, Colin Firth, Linda James

Anno
2007
Nazione
USA, UK
Genere
documentario
Durata
94'
Distribuzione
Fandango
Uscita
8-01-2008
Giudizio
Media

Cosa accadrebbe se tua madre ti dicesse che sei nato il giorno in cui un importante attivista di colore, affiliato alle pantere nere è stato rinchiuso nella braccio morte, condannato per un reato che non ha mai commesso?
William compie venticinque anni e intraprende un viaggio nel cuore dell'America, intervistando chiunque si sia occupato della vicenda, fino a importanti figure morali e intellettuali del proprio paese, da Noam Chomski ad Angela Davis, dal cantante hip hop Mos Def alla scrittrice del Colore viola Alice Walker.
Mumia Abu Jamal è un campione dei diritti civili. Tutta la sua vita è all'insegna della difesa dei deboli e degli oppressi. Ha cominciato molto presto Mumia a darsi da fare, a impegnarsi per il prossimo, a organizzare forme di resistenza dal basso, tra la popolazione, a dare voce a chi non ne ha, a chi ne è stato privato e a chi ha perso la fiducia ad averla mai per sé o per i propri figli.
La voce di Mumia Abu Jamal è scomoda e potente, risuona dalle pareti del carcere di massima sicurezza forte e perentoria e fino a poco tempo fa trasmetteva nell'etere attraverso le onde di una radio libera. Ma ora gli è stata tolta anche questa possibilità di comunicare col mondo esterno, per fiaccarne la volontà e per indebolirne lo spirito.
Il documentario diretto da Marc Evans prende un'altra strada rispetto alla satira di Michael Moore e con la telecamera a spalla, come un reportage giornalistico solleva dubbi e interrogativi, adotta il punto di vista dell'imputato e con un montaggio serrato e convulso monta un'enorme atto d'accusa contro la polizia, gestita senza nessun rispetto dei diritti umani da parte dei bianchi contro le minoranze etniche che ormai sono diventate la maggioranza della popolazione in molti stati del Nord America.
Tutto ha inizio quando William Cook, che come Malcolm X cambiò il suo nome recuperando le radici africane e musulmane, per arrotondare lo stipendio, lavorava come tassista di notte. Girava armato perché a Philadelphia, culla della democrazia, dove due secoli prima è stata firmata la Dichiarazione di Indipendenza dal Regno Unito, la sicurezza non è mai troppa. Improvvisamente in una strada buia vede sferrare colpi violenti di una torcia o di un manganello. Si avvicina per guardare meglio, e la scena gli diventa chiara e tristemente già conosciuta. Un poliziotto sta massacrando di botte un povero disgraziato, ma la costernazione si aggiunge alla rabbia, quando scopre che a cadere sotto quella barbarie è suo fratello. Si scaglia fuori dall'auto e da qui in poi tutto diventa confuso e nebuloso. Mumia finisce in ospedale dissanguato ma grazie ai medici si salverà. Il fratello se la caverà con uno spavento e qualche ossa rotta. Chi ha la peggio è proprio l'agente, che muore ferito a morte da proiettili sparati da non si sa bene chi.
L'avvocato dell'accusa dimostra con una tesi aleatoria e piena di pregiudizi che è stato Mumia. C'è il movente e c'è l'arma. Mumia non confesserà mai perché non riconosce la giustizia dell'uomo bianco, oppressore e schiavista. William non si arrende, sente che le prove sono incomplete e non tutti i testimoni sono stati ascoltati. La polizia ha tanto da nascondere e non ha nessuna intenzione di mettere sotto processo il vero assassino. La scena del delitto è stata inquinata, nemmeno ci avesse messo le mani un novellino. Sono stati ignorati i più elementari indizi, si aveva fretta di catturare il capro espiatorio, e chi meglio di Mumia rappresentava il nemico numero uno della polizia? Ma come si è arrivati a questo? Perché tanto odio per le strade della Pennsylvania tra la gente di colore, che raggiunge il cinquanta per cento della popolazione e gli uomini in divisa?
Negli anni ottanta era sindaco Frank Rizzo, che dichiarò apertamente guerra a chiunque nutrisse una qualsiasi opposizione all'ordine costituito. Rizzo a cui ora è dedicata una statua nel centro della metropoli, aveva interpretato il suo ruolo in una maniera un po' troppo autoritaria, dimenticandosi cosa distingue una democrazia da una dittatura. Nei primi anni ottanta la situazione degenera ed una serie di eventi fanno precipitare i rapporti già critici in una violenza quotidiana e parossistica a cui nessuno fa più caso. Mumia resta uno dei pochi a scrivere e pubblicare gli abusi di potere dell'amministrazione Rizzo, ponendosi di fatto come bersaglio per ogni poliziotto dello stato della Pennsylvania e quando verrà arrestato, nessuno muoverà un dito per garantirgli una difesa e una sentenza minimamente accettabile. La giuria viene blandita e sollevata da ogni responsabilità, mentre la società civile assiste a questa macchinazione impotente e sconvolta. Mumia invece non si dà per vinto. Legge, scrive e soprattutto parla. Qualcuno è convinto che lo ascolterà e così accade quando dopo diversi anni, la mobilitazione si allarga a diversi esponenti delle università, delle accademie e della musica hip hop.
Sono trascorsi venticinque anni e il documentario lascia poche speranze che Mumia possa salvarsi, ma allargando il tiro a un tema più ampio che coinvolge tutti noi, auspica una presa di coscienza nei confronti di chi ci governa e di chi decide per noi di emarginare una comunità piuttosto di un'altra, di rinchiuderla in carcere e di sottrargli ogni diritto umano sotto l'ombrello della democrazia.
La riflessione più inquietante a cui si spingono Evans e Francome è il paragone tra la polizia di Philadelphia e i militari di stanza in Irak e in Afghanistan. Per loro non c'è nessuna differenza. Abu Ghraib è una tragica conferma per questi uomini che non sanno distinguere un arabo da un nero e li considerano come esseri inferiori da torturare e da ridurre al silenzio pietà né tanto meno compassione.
[matteo cafiero]