Cosa accadrebbe se tua madre ti dicesse
che sei nato il giorno in cui un importante attivista di colore,
affiliato alle pantere nere è stato rinchiuso nella
braccio morte, condannato per un reato che non ha mai commesso?
William compie venticinque anni e intraprende un viaggio nel
cuore dell'America, intervistando chiunque si sia occupato
della vicenda, fino a importanti figure morali e intellettuali
del proprio paese, da Noam Chomski ad Angela Davis, dal cantante
hip hop Mos Def alla scrittrice del Colore viola Alice Walker.
Mumia Abu Jamal è un campione dei diritti civili. Tutta
la sua vita è all'insegna della difesa dei deboli e
degli oppressi. Ha cominciato molto presto Mumia a darsi da
fare, a impegnarsi per il prossimo, a organizzare forme di
resistenza dal basso, tra la popolazione, a dare voce a chi
non ne ha, a chi ne è stato privato e a chi ha perso
la fiducia ad averla mai per sé o per i propri figli.
La voce di Mumia Abu Jamal è scomoda e potente, risuona
dalle pareti del carcere di massima sicurezza forte e perentoria
e fino a poco tempo fa trasmetteva nell'etere attraverso le
onde di una radio libera. Ma ora gli è stata tolta
anche questa possibilità di comunicare col mondo esterno,
per fiaccarne la volontà e per indebolirne lo spirito.
Il documentario diretto da Marc Evans prende un'altra strada
rispetto alla satira di Michael Moore e con la telecamera
a spalla, come un reportage giornalistico solleva dubbi e
interrogativi, adotta il punto di vista dell'imputato e con
un montaggio serrato e convulso monta un'enorme atto d'accusa
contro la polizia, gestita senza nessun rispetto dei diritti
umani da parte dei bianchi contro le minoranze etniche che
ormai sono diventate la maggioranza della popolazione in molti
stati del Nord America.
Tutto ha inizio quando William Cook, che come Malcolm X cambiò
il suo nome recuperando le radici africane e musulmane, per
arrotondare lo stipendio, lavorava come tassista di notte.
Girava armato perché a Philadelphia, culla della democrazia,
dove due secoli prima è stata firmata la Dichiarazione
di Indipendenza dal Regno Unito, la sicurezza non è
mai troppa. Improvvisamente in una strada buia vede sferrare
colpi violenti di una torcia o di un manganello. Si avvicina
per guardare meglio, e la scena gli diventa chiara e tristemente
già conosciuta. Un poliziotto sta massacrando di botte
un povero disgraziato, ma la costernazione si aggiunge alla
rabbia, quando scopre che a cadere sotto quella barbarie è
suo fratello. Si scaglia fuori dall'auto e da qui in poi tutto
diventa confuso e nebuloso. Mumia finisce in ospedale dissanguato
ma grazie ai medici si salverà. Il fratello se la caverà
con uno spavento e qualche ossa rotta. Chi ha la peggio è
proprio l'agente, che muore ferito a morte da proiettili sparati
da non si sa bene chi.
L'avvocato dell'accusa dimostra con una tesi aleatoria e piena
di pregiudizi che è stato Mumia. C'è il movente
e c'è l'arma. Mumia non confesserà mai perché
non riconosce la giustizia dell'uomo bianco, oppressore e
schiavista. William non si arrende, sente che le prove sono
incomplete e non tutti i testimoni sono stati ascoltati. La
polizia ha tanto da nascondere e non ha nessuna intenzione
di mettere sotto processo il vero assassino. La scena del
delitto è stata inquinata, nemmeno ci avesse messo
le mani un novellino. Sono stati ignorati i più elementari
indizi, si aveva fretta di catturare il capro espiatorio,
e chi meglio di Mumia rappresentava il nemico numero uno della
polizia? Ma come si è arrivati a questo? Perché
tanto odio per le strade della Pennsylvania tra la gente di
colore, che raggiunge il cinquanta per cento della popolazione
e gli uomini in divisa?
Negli anni ottanta era sindaco Frank Rizzo, che dichiarò
apertamente guerra a chiunque nutrisse una qualsiasi opposizione
all'ordine costituito. Rizzo a cui ora è dedicata una
statua nel centro della metropoli, aveva interpretato il suo
ruolo in una maniera un po' troppo autoritaria, dimenticandosi
cosa distingue una democrazia da una dittatura. Nei primi
anni ottanta la situazione degenera ed una serie di eventi
fanno precipitare i rapporti già critici in una violenza
quotidiana e parossistica a cui nessuno fa più caso.
Mumia resta uno dei pochi a scrivere e pubblicare gli abusi
di potere dell'amministrazione Rizzo, ponendosi di fatto come
bersaglio per ogni poliziotto dello stato della Pennsylvania
e quando verrà arrestato, nessuno muoverà un
dito per garantirgli una difesa e una sentenza minimamente
accettabile. La giuria viene blandita e sollevata da ogni
responsabilità, mentre la società civile assiste
a questa macchinazione impotente e sconvolta. Mumia invece
non si dà per vinto. Legge, scrive e soprattutto parla.
Qualcuno è convinto che lo ascolterà e così
accade quando dopo diversi anni, la mobilitazione si allarga
a diversi esponenti delle università, delle accademie
e della musica hip hop.
Sono trascorsi venticinque anni e il documentario lascia poche
speranze che Mumia possa salvarsi, ma allargando il tiro a
un tema più ampio che coinvolge tutti noi, auspica
una presa di coscienza nei confronti di chi ci governa e di
chi decide per noi di emarginare una comunità piuttosto
di un'altra, di rinchiuderla in carcere e di sottrargli ogni
diritto umano sotto l'ombrello della democrazia.
La riflessione più inquietante a cui si spingono Evans
e Francome è il paragone tra la polizia di Philadelphia
e i militari di stanza in Irak e in Afghanistan. Per loro
non c'è nessuna differenza. Abu Ghraib è una
tragica conferma per questi uomini che non sanno distinguere
un arabo da un nero e li considerano come esseri inferiori
da torturare e da ridurre al silenzio pietà né
tanto meno compassione. [matteo
cafiero]