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Unione
Sovietica, 1914 all’alba del primo conflitto mondiale.
Quattro ragazzi sono uniti dall’amicizia, dalla passione
per il calcio, dal sogno di costruirsi un campo di calcio. Le
loro vite scorrono tra partite di palloni, provini, relazioni
con donne più adulte mentre sullo sfondo scorrono gli
eventi e le immagini che porteranno alla Rivoluzione del 1917.
Un film ambientato volutamente in un’epoca di grandi cambiamenti
che portano alla memoria i cambiamenti più recenti dalla
frantumazione dell’Unione Sovietica alla nascita delle
diverse Repubbliche indipendenti. Un’opera dal respiro
epico e dallo stile classico, confezionato elegantemente da
una fotografia seppiata che fa tanto spot Nike.
Garpastum, parola latina che va
a significare l’antico gioco con il pallone, è
un film sul senso dell’onore, sull’ineluttabilità
di destini già segnati e su scelte ineluttabili da compiere,
che pesca nella grande tradizione del romanzo russo.
La confezione elegante lo rende un perfetto film da festival,
a discapito di passioni ed emozioni che invece dovrebbero affiorare
di tanto in tanto, per risvegliare lo spettatore da un torpore
estetico che lo divora dentro. Il cinema russo sembra aver perso
per strada la sua peculiarità, i suoi caratteri distintivi
per inseguire una tipologia di cinema perfettino, elegante ma
assai povero di forza e nerbo. A Venezia c’è stato
chi lo ha amato profondamente e chi lo ha detestato. Noi siamo
a metà strada tendente verso i secondi.
[fabio melandri]
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