In
un campus universitario della California del Sud, Brendan,
studente solitario e schivo, riceve una telefonata allarmante
dalla sua ex fidanzata e poco dopo la ritrova cadavere all’imbocco
di una galleria. Brendan, ancora innamorato della ragazza,
cerca di risalire alle cause degli eventi sulla base dei pochi
e misteriosi indizi di cui dispone e mettendo sotto indagine
tutta la variegata fauna del college, coacervo di personaggi
tanto bizzarri quanto pericolosi e specchio del crudele mondo
che sta al di là dei suoi confini.
Brick è un noir moderno
che decostruisce e rielabora le regole del genere hard-boiled
distanziandosi dalla sua tipica iconografia (il detective
col cappello, la femme fatale che fuma col bocchino, il cattivo
violento e crudele) e ambientando l’azione in un campus,
luogo simbolo dell’identità teenager americana
abusato dalla cinematografia horror e non solo. Ma il linguaggio
letterario hardboiled rimane immutato. E’ più
una scelta estetica se vogliamo che contenutistica. La storia
in effetti ripropone un po’ gli stilemi del dramma metropolitano
e giovanile tra amore, tradimento e spaccio di droga. Una
sorta di detective story alla Dashiell Hammet. Tutto però
è applicato al mondo di oggi. Brendan è una
sorta di detective solitario e stropicciato a metà
tra il Marlowe di Chandler e il Bogart di Il
mistero del falco (chiaramente non porta l’impermeabile
e non fuma ma ha gli occhialetti e odia tutti). Ma poi ci
sono l’amico del cuore, “Brain”, che è
fidato e cervellone, la ex-ragazza pura ma con qualche scheletro
nell’armadio, la femme fatale ricchissima e ambigua,
lo scagnozzo violento e irascibile, “Tug”, e il
genio del male, “The pin”, claudicante ed elegantissimo.
Un film d’atmosfera assolutamente non classico. Un film
di silenzi, allusioni, bisbigli, frasi spezzate, giochi di
parole. In un mondo senza adulti. E pieno di immensi vuoti.
[marco catola]