Si
può parlare della tragedia palestinese rifuggendo i luoghi
comuni di troppa propaganda di parte e trattando il dolore di
un popolo evitando, se non in maniera periferica e mediata,
le solite immagini di morti ammazzati e giovani armati di pietre
contro i blindati israeliani?
Rashid Masharawi, nato a Gaza e regista “militante”
della causa palestinese (Haifa,
Ticket to Jerusalem, Arafat
My Brother) mette in scena la lotta di resistenza di
uomini e donne divisi dalle circostanze della storia ma ancora
legati da un forte quanto invisibile senso di appartenenza ad
uno Stato che non c’è. Descrive attraverso volti,
voci, storie l’attesa quasi messianica del Giorno della
Riunificazione del popolo palestinese sotto un unico Stato in
un unico Territorio. Un film, girato in reali campi profughi
sparsi in quella vasta regione geografica denominata Palestina,
utilizzando attori presi per la strada; profughi nella vita
come nella fiction, che lasciano la loro impronta di orgogliosa
e fiera dignità.
Prima di lasciare definitivamente la Palestina per trasferirsi
all’estero, il regista Ahmad accetta un ultimo lavoro:
effettuare le audizioni per il Nuovo Teatro Nazionale Palestinese
in costruzione a Gaza con i fondi della Comunità Europea.
Un viaggio tra i campi profughi palestinesi di Siria, Giordania
e Libano insieme alla giornalista Bissan ed al cameraman “Lumière”
in una grande prova generale di una messa in scena della Palestina
che tarda troppo ad arrivare, sempre in bilico sull’orlo
del fallimento – come i lavori per la costruzione del
teatro -. Una ricerca di normalità e veridicità
che il regista sottolinea attraverso uno stile documentaristico,
calibrando alla perfezione il climax emotivo del film, con un
alternanza di momenti drammatici – come dimenticare le
immagini reali di quel padre e figlio che tentano invano di
proteggersi dietro un muretto una volta trovatisi in mezzo ad
uno scontro a fuoco - a momenti più leggeri – i
provini con la richiesta di rappresentareil tema dell’attesa
– che lo rendono un opera capace di far breccia nella
mente e nel cuore dello spettatore occidentale ed in particolare
europeo chiamato più volte in causa attraverso i suoi
organi rappresentativi come interlocutore imparziale ed alleato
nella lotta alla risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.
[fabio
melandri]
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