Achilles and the Tortoise
Akiresu to kame
Regia
Kitano Takeshi
Sceneggiatura
Kitano Takeshi
Fotografia
Yanagijima Katsumi
Montaggio
Kitano Takeshi
Scenografia
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Costumi
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Musica
Kajiura Yuki
Interpreti
Beat Takeshi, Higuchi Kanako, Omori Nao, Aso Kumiko, Ibu Masatô, Osugi Ren, Yanagi Yûrei
Produzione
Bandai Visual Company, Office Kitano, TV Asahi, Tokyo FM Broadcasting Co.
Anno
2008
Nazione
Giappone
Genere
drammatico
Durata
110'
Distribuzione
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Uscita
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Giudizio
Media

A conclusione della trilogia sul suicidio artistico iniziata con Takeshis, film sullo sdoppiamento di Takeshi Kitano presentato in concorso al festival di Venezia 2005, e proseguita con Kantoku Banzai, apologo delirante sulla crisi creativa del regista presentato fuori concorso esattamente un anno fa sempre a Venezia, arriva Akiresu to kame, letteralmente Achille e la tartaruga, dall’omonimo paradosso di Zenone con cui il film inizia.
Partendo dalla tesi di Zenone secondo cui Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga Kitano applica lo stesso principio al mondo dell’arte. L’arte è un po’come la bellezza: sta nell’occhio di chi guarda. Molto spesso la concettualizzazione di una teoria inizialmente considerata poco plausibile col passare del tempo può risultare piena di fondamento e dotata di velleità artistiche. E questo accade soprattutto nel mondo dell’arte.
Se in Takeshis Kitano analizzava il conflitto tra se stesso regista e se stesso uomo finendo per perdere la propria identità e in Kantoku Banzai si interrogava su quale genere di film fare per avere successo, in Akiresu to kame conclude il percorso esplorativo di se stesso trovando le risposte ai suoi dilemmi psicologici. E lo fa attraverso la vita di un pittore senza successo. Non a caso parafrasando il titolo del film di Nagisa Oshima Racconto crudele della giovinezza lo stesso Kitano definisce Akiresu to kame un racconto crudele dell’arte.
Il successo di un artista è decisamente relativo e soprattutto secondario rispetto al processo creativo. Non è detto che un artista raggiunga il successo ma il fallimento non ne inficia il valore. Un artista è tale indipendentemente dal successo che riscuote. E qui si ritorna al paradosso. La vita del pittore è disseminata di paradossi. Un pittore potrebbe avere successo creando opere d’arte che incontrano il gusto di un critico o del pubblico ma che non rispecchiano la propria creatività. E il principio è applicabile ad ogni forma d’arte cinema compreso.
Abbandonarsi al processo creativo è già di per sé arte. Se poi arriva il successo tanto meglio ma è un surplus non la conditio sine qua non. Il pittore del film, Machisu, sin da piccolo nutre una passione smodata per la pittura. Dipinge ovunque e in ogni momento anche quando è travolto dalla tragedia (i genitori si suicidano in seguito alla bancarotta) o dalla povertà (per pagarsi gli studi in accademia lavora in un’officina). Trova l’amore in Sachiko con la quale si sposa a fa una figlia ma l’arte per Machisu viene prima di tutto. Sacrificherà famiglia, denaro e salute in nome della pittura senza mai raggiungere il successo. Ma forse si sentirà appagato ugualmente. A testimonianza che il riconoscimento generalizzato della propria arte non è tutto. L’importante è continuare a fare quello che si vuole e ci rende felici. [marco catola]