A conclusione
della trilogia sul suicidio artistico iniziata con Takeshis,
film sullo sdoppiamento di Takeshi Kitano presentato in concorso
al festival di Venezia 2005, e proseguita con Kantoku
Banzai, apologo delirante sulla crisi creativa del
regista presentato fuori concorso esattamente un anno fa sempre
a Venezia, arriva Akiresu to kame,
letteralmente Achille e la tartaruga, dall’omonimo paradosso
di Zenone con cui il film inizia.
Partendo dalla tesi di Zenone secondo cui Achille non potrà
mai raggiungere la tartaruga Kitano applica lo stesso principio
al mondo dell’arte. L’arte è un po’come
la bellezza: sta nell’occhio di chi guarda. Molto spesso
la concettualizzazione di una teoria inizialmente considerata
poco plausibile col passare del tempo può risultare
piena di fondamento e dotata di velleità artistiche.
E questo accade soprattutto nel mondo dell’arte.
Se in Takeshis Kitano analizzava
il conflitto tra se stesso regista e se stesso uomo finendo
per perdere la propria identità e in Kantoku
Banzai si interrogava su quale genere di film fare
per avere successo, in Akiresu to kame
conclude il percorso esplorativo di se stesso trovando le
risposte ai suoi dilemmi psicologici. E lo fa attraverso la
vita di un pittore senza successo. Non a caso parafrasando
il titolo del film di Nagisa Oshima Racconto
crudele della giovinezza lo stesso Kitano definisce
Akiresu to kame un racconto crudele
dell’arte.
Il successo di un artista è decisamente relativo e
soprattutto secondario rispetto al processo creativo. Non
è detto che un artista raggiunga il successo ma il
fallimento non ne inficia il valore. Un artista è tale
indipendentemente dal successo che riscuote. E qui si ritorna
al paradosso. La vita del pittore è disseminata di
paradossi. Un pittore potrebbe avere successo creando opere
d’arte che incontrano il gusto di un critico o del pubblico
ma che non rispecchiano la propria creatività. E il
principio è applicabile ad ogni forma d’arte
cinema compreso.
Abbandonarsi al processo creativo è già di per
sé arte. Se poi arriva il successo tanto meglio ma
è un surplus non la conditio sine qua non. Il pittore
del film, Machisu, sin da piccolo nutre una passione smodata
per la pittura. Dipinge ovunque e in ogni momento anche quando
è travolto dalla tragedia (i genitori si suicidano
in seguito alla bancarotta) o dalla povertà (per pagarsi
gli studi in accademia lavora in un’officina). Trova
l’amore in Sachiko con la quale si sposa a fa una figlia
ma l’arte per Machisu viene prima di tutto. Sacrificherà
famiglia, denaro e salute in nome della pittura senza mai
raggiungere il successo. Ma forse si sentirà appagato
ugualmente. A testimonianza che il riconoscimento generalizzato
della propria arte non è tutto. L’importante
è continuare a fare quello che si vuole e ci rende
felici. [marco catola]