Ejforija:
un indescrivibile senso di eccitazione e aumento delle percezioni.
Questo è il significato che il regista ha trovato su
un dizionario di psicologia. E questo è più
o meno il sentimento che Vera e Pasha si ritrovano a provare.
Proprio quell’euforia che solo gli innamorati riescono
a vivere. Si sono visti solo una volta ma i loro occhi si
sono incontrati e non si sono mai più lasciati. E’
qualcosa che non possono controllare. Né tantomeno
spiegare. Un amore cronico il loro. Non possono vivere l’uno
senza l’altra, neppure respirare lontani l’uno
dall’altra. In una simbiosi quasi gemellare. Si percepiscono
a distanza. Attraverso le pareti, l’aria, la terra.
Si amano ma non possono godere dei frutti del loro amore.
Lei è sposata ad un altro con cui ha pure una bambina.
E allora che fare? Fuggire seguendo il proprio istinto o restare
e vivere una vita che non gli appartiene? Il loro amore è
un dono sacro ma forse nessuno dei due è pronto per
riceverlo appieno. E’ come se inconsciamente nuotassero
contro corrente quando il fiume è in piena. Il loro
magnetismo cosmico non li salverà dalla tragedia. Nessuno
li ha istruiti su come si ama e come ci si lascia amare. Non
sono in grado di far collimare l’intensità dei
sentimenti che provano con l’euforia di cui sono preda.
Sono sospinti irresistibilmente l’uno verso l’altra
come due calamite. Sono quasi due bambini più che due
adulti. Avvolti nel meraviglioso universo della steppa russa.
Piccole figurine al centro di una natura immensa e selvaggia.
Intorno scorre il Don, inesorabile testimone della loro silenziosa
passione. Dinamica di una coppia dunque con terzo incomodo,
il marito. Un incidente alla figlioletta di lei permette alla
neocoppia di scappare. Perché non c’è
legame, neppure quello che lega una madre alla figlia, talmente
forte da spezzare la catena che unisce Vera e Pasha. Una madre
qualsiasi sarebbe restata accanto alla propria bambina. Ma
non Vera. Non in quello stato di irresistibile eccitazione.
Che non è patologico ma sensuale. E anche sessuale.
Ma la felicità in realtà non esiste. La verità
dei sentimenti è un’altra: il marito è
paradossalmente meno ingenuo e più genuino di loro
due che non sanno cosa fare di fronte all’esplosione
dei sensi. Lui sa bene cosa fare. Il cane che ha ferito sua
figlia lo ha ammazzato. La casa che la moglie ha lasciato
l’ha bruciata. Che cosa farà dell’uomo
che le ha portato via la moglie è di un’ovvietà
cruda e selvaggia. Come cruda e selvaggia è la natura
in cui sono rinchiusi tutti e tre. Una prigione tanto gigantesca
nello spazio quanto ridotta nella libertà di amare.
Solo il sangue potrà alleggerire il fardello dei due
innamorati. E solo il sangue permetterà al loro amore
di sopravvivere sotto il sole infuocato della steppa. Fino
all’eternità. [marco catola]