Million Dollar Baby
id.
Regia
Clint Eastwood
Sceneggiatura
Paul Haggis
Fotografia
Tom Stern
Montaggio
Joel Cox
Musica
Clint Eastwood
Interpreti
Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman, Jay Baruchel, Mike Colter
Anno
2004
Durata
137'
Nazione
Usa
Genere
drammatico
Distribuzione
01 Distribution

Quando la vita ti mette alle corde, hai solo due cose da fare: o affrontarla, o fuggire. Due realtà diverse, ma così immensamente uguali si incontrano in una palestra sporca a maschilista. Lei, Maggie, la vita l’ha affrontata e attraversata. Certo non risolta, ma ha provato a sperare in qualcosa di migliore. Lui, Frank, dalla vita è fuggito e la sua unica figlia non lo vuole più vedere. Ma è un grande allenatore di pugilato e i suoi allievi diventano campioni. Maggie la vuole pendere a pugni quella vita, vuole superare il disagio per una famiglia inesistente, per la povertà, vuole prendersi un’opportunità. E vuole vincere. Frank si oppone. Perché è una donna. Perché ha già trent’anni ma anche perché è spaventato da tutta quella forza, quella vitalità che pulsa e vuole esplodere. Diventa il suo allenatore, il suo cutter, colui che aspetta all’angolo del ring il pugile e lo prepara al nuovo round. Colui che asciuga il sangue delle ferite, che cercherà di riscattare una vita non proprio felice. La propria e quella di Maggie. A sua volta la ragazza asciugherà le ferite dell’anima di quel vecchio e cercherà anche grazie a lui il riscatto per una vita migliore.
Non è una storia d’amore. E forse neanche d’amicizia. Solo tanto sentimento che va al di là di qualsiasi legame. Al di là della vita e della morte. Un sentimento raccontato senza scontata retorica, ma che si impregna della fatica e del sudore di una squallida palestra. È un film doloroso, che ti entra dentro e ti stringe lo stomaco. La storia di due solitudini lontane che si incontrano, si affrontano, per rimettere insieme i frantumi di speranze spezzate. Per conservare la dignità della vita e dei ricordi.
Meritatissimo l’Oscar a Hilary Swank ( già Oscar per un’altra intensissima interpretazione in Boys Don’t Cry) e a Morgan Freeman come attore non protagonista, che nel film è una presenza silenziosa ma incisiva. Oscar anche come miglior film e alla regia, che premiano la scelta di Eastwood di raccontare una storia coraggiosa, tutta incentrata sulle tonalità chiaroscurali della vita e dell’anima.
[sara lucarini]

Mentre scrivo queste poche righe, Million Dollar Baby ha da qualche ora conquistato 4 Oscar nella magica serata di Hollywood che incorona l’America del cinema. Miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista. A parte la celebrazione pubblica, premi o non premi, siamo di fronte ad un film grandioso. Clint Eastwood centra un fascinoso bis dopo Mystic River con questa gemma di toccante bellezza emotiva. L’idea della ragazza pugile e dell’ascesa sportiva poteva facilmente tentare facili guadagni con poca fatica attirando oche da passeggio con scarso gusto. Tutt’altro.
Partendo prevenuto nei confronti del plot sono invece uscito dalla sala con un vuoto dentro. Un cratere d’affetto che il film mi ha elegantemente scavato in circa 140 minuti. Il film è di un incedere lento ritmato, proprio come i vecchi western dell’adesso regista ex ispettore Callaghan, con una musica country ad accompagnare molte scene quasi fosse un saloon in mezzo al deserto. La pellicola è umile (nonostante i 30 milioni di dollari spesi per la realizzazione) e tesa come i bicipiti della Swank nei diretti sul ring, composta da una prima parte agonistico sportiva e l’inserimento dei personaggi chiave, poi dopo la metà svolta sull’anima e prende direzioni esistenziali. Ed è qui la sorpesa. Ad attenderci dietro la guardia, un jab di una violenza emotiva disarmante ci arriva sugli occhi a infrangere le pupille e a fare male. Le lacrime e i singulti che scaturiscono sono sinceri e veri, non strappati ad una scena straziante messa lì per caso senza criterio. Se si piange è perché il film è di un’intensità profonda e gli attori perfetti, che non lasciano il tempo di sentire il distacco tra noi e il grande schermo. La riuscita e impeccabile caratterizzazione dei personaggi e il realismo ci trasportano dentro agli stati d’animo dei protagonisti senza timori, ci avvincono con naturalezza, grazie anche alla sceneggiatura priva di sbavature, che non mostra nessun segno di scompensi o vuoti narrativi.
La regia è scarna ed essenziale in sintonia del tema e del messaggio, povera ed umile come Maggie, il personaggio di Hilary Swank. La ragazza è semplice, ma penetrante, combattiva e ostinata. Ma anche di una tragica e spiazzante dolcezza. Morgan Freeman, che non sbaglia più un colpo, è grandissimo. Poetico come in Le ali della libertà, un evanescente figura letteraria tra le memorie di Bukowski ed Hemingway. Clint Eastwood, lo scontroso e passionale coach di una palestra dissestata che legge Yeats, ha perso ormai ogni credo. Avrà una possibilità di redenzione proprio come lui la sta avendo nella vita da regista dopo il lungo passato da attore in “penombra”.
Un legame di storie ed eventi che odorano di sudore e sangue quindi, sentimenti da palestra dove il tappeto non è quello persiano che si stende in salotto, ma un posto dove combattere, dove si vince o si perde, si gioisce o provoca dolore. Come la vita, vero luogo di fitness ed esercizio sentimentale. Perché lo sport è una miccia, sa accendere l’animo umano come poche altre entità sanno fare. E se poi ci toccano le cose a cui teniamo, ce le rovinano o ce le rubano, diventiamo spenti e desolati, “solitari y final” direbbe Osvaldo Soriano. Definitivi.
L’opera ha tutto quello che serve per essere un gran film, Oscar e Golden Globe a parte. I premi a volte vanno a chi non se li merita. Qui stiamo legittimando un podio. Il lungometraggio è pieno di dettagli e piccoli gesti, curato e resistente alle intemperie invernali. Ma caldo come un camino che svampa tizzoni e fa arrossire gli occhi. E’ un’altra dimostrazione di come il cinema, anche se a volte milionario e hollywoodiano, metta insieme idee originali e intelligenti, scelga il cast adatto come una squadra di calcio, abbia voglia di raccontare e non di stupire e dunque ci sorprenda, ci emozioni con forti e coinvolgenti travagli.
Come un cowboy senza casa e senza destino Clint Eastwood, verso la fine, chiude una porta ripreso in campo lungo da dietro le spalle, lasciando il passato a raccontare di se, sperando di leggere magari un giorno una lettera infilatagli da sotto la porta di casa. Ma ormai è tardi. Tutto è già successo e guardarsi dietro ha poco senso. Se la vita dura dodici lunghi round è bene, come dice Eastwood “proteggersi sempre, non abbassare mai la guardia” perché, non si sa mai, potremmo sempre arrivare in fondo e vincere ai punti per poi appendere i guantoni al muro e goderci le ferite, i lividi e i ricordi che lasciano il segno.
[alessandro antonelli]

Ci sono autori che con il passare del tempo migliorano, come i vini. Le tematiche si fanno più profonde e sentite; lo stile si ripulisce di orpelli e barocchismi per mettersi al servizio di storie e personaggi.
Uno di questi autori è il magnifico settantacinquenne Clint Eastwood che oggi, dopo 57 film di cui 46 da protagonista e 25 da regista, presenta una delle sue opere più profonde e riuscite.
Chi si aspetta il solito film sportivo alla Rocky - formazione, successo, caduta e rivincita - ha sbagliato indirizzo. Il mondo della box (la sceneggiatura è ispirata ad un racconto della raccolta Lo sfidante di F.X. Toole), tratteggiato attraverso particolari e dettagli mai troppo insistiti, gesti e volti che lasciano un segno indelebile nella memoria dello spettatore, rimane sullo sfondo. La forza delle immagini traccia un microuniverso fatto di povertà, sofferenza, sacrifici, sogni ed illusioni, voglia di emergere e rassegnazione al tempo che passa. Un film che concentra la sua attenzione sui personaggi, tratteggiati con sofferta partecipazione ed interpretati con una fisicità inusuale da Clint Eastwood (i primi piani sul suo viso rugoso, sono una magnifico trattato di storia del cinema), Morgan Freeman (eccellente in una recitazione fatta di semitoni e venata da sguardi malinconici che toccano nel profondo) ed Hilary Swank (che evidentemente nei ruoli mascolini si trova a suo agio, in una performance di pancia nella prima parte, emozionale affidata a micro-recitazione facciale nella seconda).
Un film costruito intorno alla figura di Maggie, aspirante pugile non più nel fiore degli anni della vita sportiva di un atleta, in cerca di un ricatto personale e sociale attraverso il mondo maschilista della box. Un rapporto filiare che si instaura da subito tra la pugile ed il suo allenatore-mentore che va a sostituire quella dolorosa incomunicabilità tra padre e figlia genetica che attraversa come un filo rosso la più recente filmografia eastwoodiana (Potere Assoluto). Un rapporto sviscerato e rappresentato senza retorica e facili commozioni in tutta la seconda parte del film, quella fuori dal ring e di cui non diciamo di più per non rovinare la visione allo spettatore.
Un film che indaga sugli effetti della violenza sui corpi degli uomini. Formatosi in filoni cinematografici in cui la violenza e la morte erano rappresentate in maniera fumettistica ed indolore (dalla trilogia del dollaro di Sergio Leone alla saga dell’Ispettore Callaghan), da Gli Spietati in avanti, Eastwood ha descritto minuziosamente il dolore che si prova a togliere la vita ad un uomo, i suoi effetti devastanti su cose e persone; i colpi di pistola feriscono ed uccidono, i pugni offendono ed indeboliscono i corpi lasciando segni e menomazioni.
Un film girato al ritmo di un blues, con una fotografia fortemente chiaroscurale. Una regia classica alla John Ford, un western moderno fatto di incontri-scontri, che parla di etica e moralità, del confronto tra uomini su un ring, con il protagonista solitario e sconfitto che invece di cavalcare all’orizzonte verso il sole calante, si incammina lungo un oscuro corridoio verso una luce accecante ed una porta che si chiude lentamente dietro di se. Un film che emoziona e commuove in profondità; un film sincero che ti entra nel profondo per non abbandonarti più. [fabio melandri]