L'estate del mio primo bacio
id.
Regia
Carlo Virzì
Sceneggiatura
Francesco Bruni, Teresa Ciabatti, Carlo Virzì,
Paolo Virzì
Fotografia
Blasco Giurato,
Claudio Sabatini
Montaggio
Fabrizio Rossetti
Musica
Carlo Virzì
Interpreti
Laura Morante, Gabriela Belisario, Iacopo Petrini, Andrea Renzi, Gigio Alberti, Paola Tiziana Cruciani, Regina Orioli, Neri Marcorè
Anno
2006
Durata
85'
Nazione
Italia
Genere
commedia
Distribuzione
01 Distribution

Benvenuta estate del 1987. Benvenuta agognata villeggiatura all’Argentario. Benvenuta Camilla Randone, tredicenne di famiglia facoltosa, convinta che questa sarà l’estate del suo primo bacio, a tutti i costi. Oggetto dei suoi desideri, Adelmo Franci, diciassettenne locale ingaggiato per pulire la piscina della villa di famiglia.
Fra telefonate anonime, bugie e ricatti, Camilla, ancora immatura ma dalla personalità già molto complessa, si troverà a manipolare il docile Adelmo creando le migliori condizioni per quel primo agognato bacio, che però tarda ad arrivare.
E mentre lei si macera nei patimenti amorosi e la radio suona “Sembra un angelo caduto dal cielo” a casa Randone gli adulti attraversano momenti delicati. Mamma Giovanna, in preda a crisi depressive, decide di scrivere un romanzo autobiografico; papà Agostino, alle prese con la sua giovane amante, dovrà fare i conti con moglie e figlia. E l’estate passa in fretta, troppo in fretta per tutti…
Carlo Virzì, fratello minore del più noto Paolo (qui produttore), cresciuto a bagnomaria nel mondo del cinema avendo fatto per il fratello l’attore, il trovarobe, l’assistente e il responsabile del casting, il compositore, e lui stesso musicista e fondatore del complesso Snaporaz con cui gira l’Italia, debutta alla regia con una commedia che rinverdisce il filone nostalgico-giovanilistico inaugurato quest’anno con la commedia campione di incassi Notte prima degli esami. Dopo gli Anni Sessanta e Settanta, è proprio il turno degli Anni Ottanta che a distanza di ormai quasi trent’anni diventano i luoghi favoriti per il ricordo, la memoria e la nostalgia.
Se Notte prima degli esami faceva perno su un momento topico nella vita degli adolescenti italiani, rito di passaggio all’età adulta, qui si evidenzia un secondo momento fondamentale nell’evoluzione di ogni adolescente: la scoperta per l’altro sesso, i primi desideri e scompensi ormonali, la ricerca del primo bacio, un momento indelebile nella vita di ognuno di noi.
Il tutto raccontato strizzando l’occhio alla camera da presa, attraverso la costante ricerca di complicità dello spettatore da parte della giovane protagonista Gabriela Belisario (Camilla) che gioca a fare la Lolita con la sua ingenua vittima predestinata Adelmo (il debuttante Iacopo Petrini).
Un rapporto giocato continuamente sul piano dicotomico cacciatore/preda, ricco/povero, realtà/immaginazione, la cui reiterazione appesantisce un racconto che già di suo vive di spunti isolati di corto respiro. Il flusso narrativo viene interrotto dai sogni, le fantasticherie che si aprono nella mente di Camilla, sogni che sono fatti della materia fredda e asettica dell’immagine digitale, televisiva, con i sogni che assomigliano sempre di più ad estratti di soap-opera, altro leit motiv ricorrente del film.
Tratto dal romanzo autobiografico Adelmo, torna da me di Teresa Ciabatti, L’estate del mio primo bacio tenta un difficile volo rasente sopra i vicoli intricati dei primi motti amorosi, dove i ragazzini appaiono molto più intelligenti, consapevoli ed adulti dei genitori medesimi – vedi sull’argomento il meglio riuscito Matilda sei mitica di Danny De Vito – che infatti appaiono per lo più inetti, in balia degli eventi e soprattutto incapaci di controllare la propria vita e quelli dei figli.
Insomma niente di nuovo sotto il sole dell’Argentario. Un’opera che sa di già visto, soprattutto per coloro che hanno in mente la commedia di Alberto Lattuada Guendalina (1957) con Sylva Koscina e Raf Vallone, di cui L’estate del mio primo bacio sembra un inconsapevole remake.
Carlo Virzì ci mette tutto l’impegno di questo mondo, ma il risultato è un film che si dipana stancamente lungo i suoi 85 minuti che paiono 120 mancando quel brio, quel sano ed anche infantile divertimento che forse i Fratelli Vanzina avrebbe saputo donare. [fabio melandri]



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