The_Legend_of_Tarzan_posterSono trascorsi molti anni da quando l’uomo, una volta conosciuto come Tarzan (Alexander Skarsgård), ha lasciato la giungla africana per tornare ad una vita imborghesita come John Clayton III, Lord Greystoke, con al suo fianco l’amata moglie Jane (Margot Robbie). Invitato a tornare in Congo per servire da emissario commerciale del Parlamento, ignora di essere una pedina in una convergenza mortale di avidità e vendetta ordita dal capitano belga Leon Rom (Christoph Waltz). Ma coloro che sono dietro il complotto omicida non hanno idea di cosa stanno per scatenare.

La filmografia sul Re della Giungla è estremamente estesa e variegata. Fin dai primordi della Settima Arte, la vicenda del fanciullo allevato dalle Grandi Scimmie ha affascinato produttori, registi e soprattutto il grande pubblico, ghermito dall’esoticità delle ambientazioni, dalle caratterizzazioni dei personaggi e dalle trame avventurose, anche se prive di sonoro (nei primi film con Elmo Lincoln) e ricostruite in ambienti domestici più o meno credibili (la lunga serie con il mitico Johnny Weismuller, a cavallo tra gli anni ’30 e ’40, e il suo meno carismatico successore Lex Barker nei ’50). the-legend-of-tarzan-01Tradizionalmente, i film traevano diretta ispirazione dai romanzi “pulp” di Edgar Rice Burroughs, autore anche di storie di fantascienza (tra le quali ricordiamo, per aver recentemente fornito il soggetto a un film hollywoodiano, “John Carter guerriero di Marte”), pieni di malfattori, piante carnivore, selvaggi pericolosi, animali fantastici e rovine favolose sepolte nella giungla. L’improbabilità del personaggio principale, un Lord inglese allevato dalle scimmie in seguito ad un naufragio, divenuto così tanto selvaggio e invincibile nella giungla, quanto intellettuale e raffinato nella sua Inghilterra, non toglieva credibilità alle storie narrate, ma anzi favoriva quella sospensione di incredulità necessaria ad una godibile fruizione delle avventure narrate. Tarzan affascinava perché combinava al meglio le potenzialità della civiltà occidentale, espresse nel suo fiore all’occhiello della Belle Epoque, il gentleman inglese, e la misteriosa, ancestrale, dirompente potenza della Natura selvaggia, di cui tutti avvertiamo nel profondo il richiamo possente. E quindi pazienza se il Nostro atterrava bufali con un pugno, uccideva coccodrilli a coltellate, volteggiava sulle liane senza schiantarsi sugli alberi, al tempo stesso dissertando in perfetto inglese oxoniano con gli interlocutori occidentali pervenuti nel suo regno; Tarzan / Lord Greystoke poteva permetterselo, e anzi guai se non avesse conseguito “performance” al suo livello, ché gli spettatori si sarebbero sentiti traditi, come se un Nume fosse stato privato della sua aura onnipotente.

the-legend-of-tarzan-02In tempi recenti, viceversa, il personaggio è stato riesplorato nella sua versione “antropologica”, soprattutto nella versione (ormai datata) di Hugh Hudson con Christopher Lambert. Qui Tarzan mostra le sue debolezze, evidenziando sostanzialmente il suo ruolo di disadattato in lotta con la Civiltà che lo rifiuta come un corpo estraneo, oggetto di derisione e disprezzo, o al più di commiserazione. Questo approccio demitizzante ha condizionato (al pari delle versioni moderne di altri miti, come Zorro e Robin Hood) la psicologia del pubblico e della critica, rendendo obsoleto l’impianto dei film d’epoca, del “Io Tarzan Tu Jane”, del celebre grido e dei cacciatori bianchi, ormai consegnati agli scaffali polverosi delle cineteche. Aggiungete la trasformazione della sensibilità comune, con l’ecologia, la non violenza, il “politically correct”, e sarà facile capire come una pellicola su Tarzan dovesse essere attentamente ripensata prima di essere proposta al grande pubblico. Personalmente, da nostalgico dei film (ingenui quanto volete, ma godibili) con Weissmuller, attendevo una riedizione o almeno una rievocazione di quelle atmosfere, pur temendo un’altra variazione sul tema, se non addirittura un remake, del Greystoke degli anni ’80.

_B4B2657.dngDiciamo subito che il film sembra voler incontrare le diverse richieste, servendo una storia impregnata di temi ecologici, femministi, antirazzisti, contro lo sfruttamento, il colonialismo, l’industria, la guerra, la caccia (cioè l’intero periodo dell’espansione coloniale e i suoi valori / non valori fondanti), innestandola su una trama semplice e discretamente lineare, in cui Tarzan lotta per salvare la combattiva moglie prigioniera del cattivo di turno, che progetta fuoco e fiamme per la regione del Congo. L’inseguimento dei rapitori porta Tarzan e i suoi compagni (tra cui, guarda caso, un eroico afroamericano alla ricerca di prove della tratta degli schiavi, interpretato da Samuel L. Jackson) ad inoltrarsi nel “cuore di tenebra” della foresta primitiva, incontrando fiere e selvaggi di ogni genere, fino allo scontro finale con i cattivi. Tarzan lotta di fatto solo con i biechi colonialisti; con gli altri – gorilla, leoni o cannibali che siano – parla, sussurra, tratta, convince. Quando si trova a fare a botte con la Grande Scimmia che gli sbarra il passo, le piglia pure di santa ragione, non si capisce quanto di proposito (ma non era lui il Re delle Scimmie???). E qui subentra il tema “umano” scelto dal regista David Yates (autore dei quattro ultimi Harry Potter); Tarzan non è onnipotente, magari si è addirittura impigrito nei suoi lussuosi panni occidentali, la sua natura selvaggia si risveglia poco a poco, e comunque non riuscirebbe a cavarsela in più di un’occasione se non fosse per l’aiuto di qualcuno, umano o animale che sia. Si dimostra alla fine più sciamano che eroe, movimentando la Natura nelle sue espressioni più selvagge in difesa di se stessa e affidandole il grosso dell’azione contro i tecnologici invasori armati di fucili e mitragliatrici. La prevedibile sconfitta dei cattivi è l’unico punto di contatto vero con i film originali; i personaggi, di fatto, presentano caratterizzazioni psicologiche affatto diverse, con una Jane emancipata e battagliera e un Tarzan che sembrerebbe farsi tirare in azione più che gettarvisi volentieri. Tarzan
Tuttavia, la volontà di riaccostarsi ai film degli anni ’30 è manifestata da numerose citazioni, a volte anche gustose (il due volte Oscar Christoph Waltz, che interpreta il cattivissimo Léon Rom, sentendo riecheggiare l’urlo di Tarzan commenta “me lo ricordavo diverso…”); e paradossalmente, nel ritorno alle ambientazioni domestiche (la campagna inglese mascherata da savana) o fittizie (la sontuosa foresta equatoriale filmata in Gabon e poi utilizzata come sfondo virtuale) dopo il periodo d’oro dei filmoni “en plen air” degli anni ’60 / ’70. La regia segue la storia senza particolari virtuosismi, facendo emergere il vigore visivo dell’ambiente, degli animali, dei corpi vigorosi e dei costumi vittoriani ( della brava Ruth Myers) incorniciati dalla corposa fotografia di Henry Braham; il Tarzan di Alexander Skarsgard si segnala soprattutto per il fisico statuario e lo sguardo profondo. Non è Weismuller, né vuole esserlo; del resto, quel mondo in bianco e nero dove Tarzan lancia il suo urlo e nessuno si sogna di commentare, è probabilmente scomparso per sempre.

Titolo italianoThe Legend of Tarzan
Titolo originaleId.
RegiaDavid Yates
SceneggiaturaCraig Brewer, Adam Cozad
FotografiaHenry Braham
MontaggioMark Day
ScenografiaStuart Craig
CostumiRuth Myers
MusicaRupert Gregson-Williams
CastAlexander Skarsgård, Margot Robbie, Samuel L. Jackson, Christoph Waltz, Djimon Hounsou, Simon Russell Beale, Jim Broadbent, Casper Crump, Hadley Fraser, Genevieve O'Reilly, Christian Stevens, Ella Purnell, John Hurt, Ben Chaplin
ProduzioneVillage Roadshow Pictures, Dark Horse Entertainment, Jerry Weintraub Productions, Riche Productions
Anno2016
NazioneUSA
GenereAvventura
Durata109'
DistribuzioneWarner Bros
Uscita14 luglio 2016