Il trionfo di questo film è che non si tratta di una malattia, si tratta di una persona.

Alice Howland è moglie, madre e una rinomata professoressa di linguistica alla Columbia University di New York. Alice ha una bella vita e tanti ricordi, che una forma rara e precoce di Alzheimer le sta portando via. Confermata la diagnosi dopo una serie di episodi allarmanti, Alice confessa al marito malattia e angoscia. La difficoltà nel linguaggio e la perdita della memoria non le impediranno comunque di lottare, trattenendo ancora un po’ la donna meravigliosa che è e che ha costruito tutta la vita.

Conosciamo tutti il talento di Julianne Moore e la propensione ad essere tutt’uno con i suoi personaggi ma raramente un’attrice è stata scelta in modo più appropriato come per questo ruolo ed in questa performance mostra un insieme di registri che sembra illimitato. E’ forte, vulnerabile, in pieno possesso delle sue risorse o completamente fuori fase, dando una grandissima prova di sé.

Alice peggiora velocemente, arrivando al punto da dimenticare i nomi dei figli e come si scrivono alcune parole, è solo l’inizio di un lungo e doloroso declino. Quando trova un file video sul suo computer portatile, non è subito intenzionata a guardarlo, o almeno non ancora: si suppone essere l’ultimo messaggio che abbia visto prima che la sua mente cominci a deteriorarsi. Da un lato, si tratta di una sorta di trappola che Alice si è posta, per accompagnare e portare fino alla fine nel modo più gentile la sua famiglia. Ma è anche una missiva di cura e di amore da una persona per una futura sé stessa. La Moore si esprime con consolante pazienza, come rivolgendosi ad un bambino e allo stesso tempo si ascolta, con un sorriso fiducioso di confuso auto-riconoscimento. La scena più intrepida nello splendido e penetrante Still Aliceè proprio tra Julianne-Alice e sé stessa. E’ forse il momento centrale di una performance sorprendentemente delicata e triste nella preziosa galleria di ritratti – la malata, sofferente Carol White di Safe (1995), la tesa ed ansiosa Amber di Boogie Nights (1997), l’emotivamente imprigionata Cathy Whitaker di Lontano dal paradiso (2002) – a cui è d’obbligo aggiungere Alice Howland, per cui la Moore è stata meritatamente premiata con il Golden Globe come migliore attrice drammatica.still-alice

I primi piani sono minuziosamente calibrati, nonostante ritraggano una celebre ma poco appariscente attrice, le cui interpretazioni sono delle piccole meraviglie. Il film segue una traiettoria molto semplice nel mostrare la ferocia dei disturbi neurologici resi particolarmente crudeli quando Alice, che ha tre figli, scopre che la rara malattia da cui è affetta è persino ereditaria. La memoria è frammentaria e come nella scatola di un puzzle attinge, come il cinema, da ricordi, guizzi, sprazzi, spiragli di vita vissuta.

L’iniziale impazienza di Alec Baldwin, voluto appositamente dalla Moore per la parte, è quella di un marito involontariamente ingrato, la cui negazione e lo scherno sulla diagnosi iniziale suscita subito rabbia nella moglie. Kate Bosworth, la figlia maggiore è la maggiormente ferita, mentre sua sorella minore Lydia, Kristen Stewart, sembra quella che reagisce in maniera più coraggiosa e fattiva.

Al di là della perdita di memoria, Still Alice è un film che ha  come protagoniste le parole, il loro significato e la loro funzione, e tutto quello che l’impotenza sottrae al cervello e alle sue ribellioni. La prima parola che Alice dimentica, sul podio di una conferenza, è “lessico”. In un primo momento cerca di verificare con sé stessa lo spelling di alcune parole, annotandole con il gessetto su una lavagnetta in cucina, e impostando un timer per vedere se le può ricordare. Ma quando Lydia, mesi dopo, recita brani di Angels in America, le parole sembrano diventati meri suoni; tuttavia Alice è ancora in grado di riconoscerli come facenti parte di un testo  che parla di amore, di cui riconosce ancora il significato.

Scritto e diretto da Richard Glatzer e sua moglie Wash Westmoreland, per i quali questo progetto è soprattutto personale (Glatzer soffre di Sla e questo aggiunge una triste coincidenza al film), il loro cinema significa molto per un sacco di gente – non solo una persona la cui vita è colpita dall’Alzheimer ma chiunque potrebbe esserne influenzato.

Nonostante alcuni dettagli preziosi e una netta mancanza di rischio in termini di ciò che viene mostrato sullo schermo, il set è composto da momenti toccanti ed eloquenti che impongono riflessioni e alcune scene sensibili che arricchiscono il punto. Mostrare la malattia al cinema senza cadere nel patetico è quasi una sfida. Still Alice può essere orgoglioso nel suo far conoscere la crudele patologia rivelandone l’aspetto più umano ed amorevole.

Titolo originaleid.
RegiaRichard Glatzer, Wash Westmoreland
SceneggiaturaWash Westmoreland, Richard Glatzer
FotografiaDenis Lenoir
MontaggioNicolas Chaudeurge
ScenografiaTommaso Ortino
CostumiStacey Battat
MusicaIlan Eshkeri
CastJulianne Moore, Kristen Stewart, Kate Bosworth, Shane McRae, Alec Baldwin, Seth Gilliam, Hunter Parrish, Daniel Gerroll
ProduzioneBSM Studio, Backup Media, Big Indie Pictures, Killer Films
Anno2014
NazioneUSA
GenereDrammatico
Durata99'
DistribuzioneGood Films
Uscita22 gennaio 2015