Là fuori c’è il mare: uno splendido mare di Turchia. Eppure le ragazze non possono uscire a nuotare: hanno dovuto accontentarsi di ricreare un mare nella stanza, fatto di cuscini e coperte, dove fingere di tuffarsi. Sono cinque sorelle che vivono con la nonna e lo zio, dopo essere rimaste orfane. In seguito ad un episodio privo di malizia, che aveva tutta l’innocenza di un gioco ma che viene interpretato al contrario come atto licenzioso, lo zio comportandosi come un padre-padrone comincia a sottoporle a un controllo rigidissimo.

Niente più telefono, niente computer, perfino niente chewing-gum: in un crescendo drammatico, progressivamente diventa vietato tutto ciò che possa “corrompere” la rispettabilità delle fanciulle. Non potranno indossare abiti moderni, né avere contatti con i ragazzi se non all’interno dell’ambito cerimoniale e regolamentato del fidanzamento. Sulla soglia fra infanzia ed età adulta, le sorelle saranno costrette a crescere troppo in fretta proprio da quella severa educazione che vorrebbe proteggerle: per ciascuna di loro, si prospetta un futuro inesorabile e già scritto, fatto di vita casalinga, lezioni di cucina e ricamo, certificati di MUstang_Verticale_Italia_SAC_787c38b483f44226dee52b6af44da3b6intatta verginità, corredi da preparare, abiti bianchi e veli rossi da indossare per il matrimonio combinato.

Nei lunghi capelli, nella fresca vivacità, le protagoniste mantengono una naturale bellezza perfino quando sono avvolte in abiti “informi e color cacca”. Dalla bambina all’adolescente alla piccola donna, molto simili sebbene diverse per carattere ed età, le cinque ragazze affronteranno la reclusione con reazioni differenziate, ma al tempo stesso con grande coesione di sorelle. La regista sceglie di raccontare la storia dal punto di vista di Lale, la più giovane: fin dall’inizio la “pasionaria” del gruppo, che rivendica coraggiosamente le proprie ragioni, avvertendo un insopprimibile impulso all’indipendenza ed escogitando sempre più elaborati piani di evasione nel tentativo di capovolgere dall’interno la prigione domestica in cui è confinata.

Certamente, Mustang si può leggere come denuncia di una condizione sociale in cui la donna è sottomessa e quasi schiavizzata, in cui ogni femminilità è repressa, la religione non è motivazione ma pretesto, mentre nella scuola risiede forse un barlume di speranza; il film è anche metafora dell’attuale condizione di un Paese, la Turchia, che sta vivendo un presente integralista dopo un passato di laicità.

Ma c’è molto di più. La purezza delle protagoniste, le atmosfere soffuse e rallentate, la raffinata essenzialità della colonna sonora, la fotografia luminosissima che evidenzia per contrasto la segregazione, i toni pastello e lievi sia pure nella drammaticità della storia; non un elemento di troppo, non una nota fuori posto: tutto è perfettamente coerente al racconto, conferendo al film un sapore quasi metafisico e una commozione autentica. Mustang è una storia di superamento e ribaltamento delle costrizioni, la vocazione universale alla libertà: come quella dei cavalli selvaggi, indomabili, da cui il film prende il titolo.

Titolo originaleMustang
RegiaDeniz Gamze Ergüven
SceneggiaturaDeniz Gamze Ergüven e Alice Winocour
FotografiaDavid Chizallet, Ersin Gök
MontaggioSerdar Yemişçi
ScenografiaSerdar Yemişçi
CostumiSelin Sözen
MusicaWarren Ellis
CastGüneṣ Nezihe Ṣensoy, Doḡa Zeynep Doḡuṣlu, Elit Iṣcan, Tuḡba Sunguroḡlu, Ilayda Akdoḡan, Nihal Koldaṣ e Ayberk Pekcan
ProduzioneCG Cinéma, Kinology, Canal+
Anno2015
NazioneFrancia
GenereDrammatico
Durata94'
DistribuzioneLucky Red
Uscita29 ottobre 2015