La voglia di sigari e alcool assale dopo la visione de L’ora più buia; così come la voglia di continuare a seguire le gesta di questo eroe storico che ha avuto la tenacia di resistere nel momento più difficile; che ha modellato il futuro, e che ha permesso a noi di raccontarlo come il passato che conosciamo. Un passato che sarebbe potuto essere molto diverso.

È la figura ingombrante di Winston ChurchiDarkest-Hour-1ll a campeggiare nell’ultimo film di Joe Wright, che racconta del periodo immediatamente successivo alla nomina a Primo Ministro: forse, il più delicato della sua vita, del suo paese e per le sorti della guerra. L’ora complicata nella quale si ascrive “il miracolo di Dunkerque” (l’evento storico che, dopo il grande film di Nolan, non ha più bisogno di spiegazioni), con il leader britannico diviso tra la voglia di combattere “ad ogni costo” contro la tirannia di Hitler, e il cercare una via di dialogo con la Germania, come il suo stesso partito gli imponeva. Un breve lasso di tempo, eppure cruciale e densissimo di avvenimenti, che era difficile raccontare sullo schermo senza far soccombere il film sotto il peso della Storia, e senza far avvertire quel livore che pure Churchill aveva. E allora vediamo Winston fare battute; battute di cui il film è pieno, sprazzi di serenità nel più grande e drammatico quadro incombente.
È in tale scelta del tempo del racconto e del tono che si sancisce la vittoria di Wright: perché dietro l’uomo scorbutico e “non voluto”, c’era una persona con dubbi e debolezze, che ha comunque perseguito la strada che sapeva essere giusta (e il Tempo gli ha dato ragione). Un racconto che restituisce appieno le sfumature di quest’uomo e di un conflitto che ha ancora senso di esistere cinematograficamente, come quest’anno ha dimostrato.

Fortunatamente, Wright non si limita a fare de L’ora più buia un documento storico o un ritratto celebrativo, ma prova a rafforzare la sua storia ad ogni inquadratura. La macchina da presa è infatti sempre in movimento, donando dinamicità e tensione all’azione; ciò che più sorprende non sono nemmeno i grandiosi movimenti ad abbracciare il parlamento britannico, quanto certe riprese dall’alto, di certo realizzate in computer grafica, che mostrano una libertà della cinepresa invidiabile. Wright fa fare letteralmente ciò che vuole alla camera, fino a far dissolvere i territori francesi bombardati visti dall’alto nel viso di un soldato ucciso. La downloadmedesima cura è destinata all’illuminazione: il direttore della fotografia Bruno Delbonnel – sono suoi lavori notevoli come il Faust di Sokurov e Llewyn Davis dei Coen, giusto per citarne due – crea per il film una “veste d’antiquario”, e con tagli diagonali di luce naturalistica contribuisce a creare composizioni elaborate dal retrogusto pittorico, donando all’opera di Wright una forma cinematografica di forte spessore.

È anche vero che alcune scelte tecniche, specie nei movimenti di macchina, risultano reiterate e ripetitive, ma sono controbilanciate da inquadrature ispirate e da passaggi di montaggio fantasiosi. Si avverte un asservimento del mezzo e una ricercatezza che denotano grande maturità artistica, che trova a sua volta riscontro in una messa in scena più che consapevole.
Non ristagnando nei codici del genere, Wright realizza un grande biopic e un grande film, forse poco critico e molto romantico, ma capace di aggredire emotivamente lo spettatore senza (troppa) retorica, in modo non così diverso da Dunkirk.

Ma L’ora più buia non sarebbe il film che è schurchill-darkest-hourenza il suo immenso protagonista: Gary Oldman – di nuovo camaleontico a 59 anni – riporta in vita Churchill offrendoci una prova brillante e sofferta, ricca di pathos e di commozione. Persino il cast di comprimari, tutti all’altezza (Kristin Scott Thomas, Ben Mendelsohn, Stephen Dillane), scompare dietro la voluminosa persona di Churchill e alla bravura di Oldman, in una performance straordinaria, resa tale non dal massiccio trucco prostetico a cui si è sottoposto l’attore inglese (e dietro cui mai scompare), ma piuttosto dall’inflessione della voce, dal linguaggio del corpo, dalla disarmante carica emozionale dello sguardo. È quindi Gary Oldman la parte più fulgida e la vera ragion d’essere del film. E, questa volta, l’Oscar è finalmente assicurato.

Titolo originaleDarkest Hour
RegiaJoe Wright
SceneggiaturaAnthony McCarten
FotografiaBruno Delbonnel
MontaggioValerio Bonelli
ScenografiaSarah Greenwood
CostumiJacqueline Durran
MusicaDario Marianelli
CastGary Oldman, Lily James, Ben Mendelsohn, Stephen Dillane, Kristin Scott Thomas, Charley Palmer Rothwell, Ronald Pickup
ProduzioneWorking Title Films
Anno2017
NazioneRegno Unito
GenereDrammatico
Durata125'
DistribuzioneUniversal Pictures
Uscita18 gennaio 2018