Ucciso il drago Smaug, dopo che ha distrutto la città di Pontelagolungo, i nani restano in possesso della Montagna Solitaria e soprattutto dell’oro ivi contenuto. Purtroppo però tanta ricchezza porta con sé la malattia del drago, ovvero quella follia avida di potere che oscura la mente e il cuore anche del re dei nani Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage) e che lo spinge verso una guerra spaventosa per il tesoro della montagna tra eserciti di orchi, elfi e creature di pietra. Bilbo Baggins (Martin Freeman) seppur pacifico non può evitare un percorso ineluttabile che porterà alla conclusione delle sue avventure e soprattutto preparerà la scena per gli eventi narrati nel “Signore degli anelli”.

“Non basta godersi la bellezza di un giardino senza dover immaginare che ci siano le fate nascoste in un angolo?”; questo sacrosanto invito alla lucidità nella narrativa e nella propria visione del mondo da parte di Douglas Adams, che pure della fantasia ha fatto un uso mirabile, avrebbe fatto rizzare certamente la folta peluria del viso e della testa di Peter Jackson. Se la forza poetica di un autore si dovesse rapportare a quanto riesca ad uscire dalle ristrettezze della realtà, allora hobbitquesto celebrato genio neozelandese sarebbe senza dubbio il più grande poeta del cinema contemporaneo e l’epilogo della sua esalogia tolkieniana il suo trionfo. Il suo cinema ha infatti sempre parlato dei legami tra questo mondo e qualche altro (i sogni di “Creature del cielo”, l’aldilà di “Amabili resti”) e osservando le ultime due ore e mezza di combattimenti, apparizioni e addii sembra davvero che da qualche parte in Nuova Zelanda sia possibile andare in giro con le orecchie a punta o su slitte trainate da lepri ammaestrate.

Cotanto talento visivo (pochi altri potrebbero vantarsi di non annoiare con un’ora e mezza di scene di battaglia) sceglie comunque di sottostare anche ad altre leggi ben più discutibili: innanzitutto l’obbedienza ad una consequenzialità tra le trilogie che, per quanto surrogata da riferimenti ad opere ed appunti del Professor Tolkien, appiattisce un’epopea sterminata allo stesso piano di una saga come Star Wars; poi il ricorso ad elementi di facile presa come amori impossibili e atti di eroismo pieni di pathos, che mettono fuori calibro tutto l’impianto scenico a partire dal personaggio di Bilbo, sorta di Candido della Terra di Mezzo, che con il suo humour e il suo goffo aplomb appare fuori luogo e notevolmente in secondo piano in questo ultimo episodio.

Così un uso naturale e minuzioso di computer grafica e 3D lasciano ammirare la tecnica registica nel gestire sapientemente i contrasti tra scene di massa e soliloqui, momenti di frastuono e silenzio, ma la scrittura, al contrario di quanto avveniva ne “Il signore degli anelli” lascia troppi punti in sospeso anche per i non tolkieniani: se possiamo omettere di chiederci come si abbottonano le armature degli orchi con spade biforcute al posto degli avambracci o perché i nani amino raggrupparsi solo in sette o multipli di sette, allo spettatore comune è doveroso almeno spiegare perché una pietra oggetto del desiderio di tutti i sovrani (l’arkengemma) per metà della pellicola, una volta ritrovata non si sa che fine faccia. Chi ama le cose in grande forse non ci farà caso, chi tiene ancora ai dettagli potrebbe rimanerci male.

Titolo italianoid.
Titolo originaleThe Hobbit: the Battle of the Five Armies
RegiaPeter Jackson
SceneggiaturaFran Walsh, Philippa Boyens, Peter Jackson, Guillermo Del Toro
FotografiaAndrew Lesnie
MontaggioJabez Olssen
ScenografiaDan Hennah
CostumiBob Buck, Ann Maskrey, Richard Taylor
MusicaHoward Shore
CastMartin Freeman, Ian McKellen, Elijah Wood, Billy Connolly, Evangeline Lilly, Cate Blanchett, Hugo Weaving, Christopher Lee, Benedict Cumberbatch, Luke Evans, Richard Armitage, Andy Serkis, Stephen Fry, Ian Holm, Lee Pace
ProduzioneWingnut Films, New Line Cinema, Metro-Goldwyn-Mayer, 3Foot7
Anno2014
NazioneUsa, Nuova Zelanda
GenereFantasy
Durata144'
DistribuzioneWarner Bros. Pictures Italia
Uscita17 dicembre 2014