Steven Spielberg nella sua ultima fatica, Il ponte delle spie, fa ampio uso della sinoddoche per raccontare la guerra delle spie che caratterizzarono il periodo così detto della Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma non solo. Una guerra che si protrae nell’ombra anche oggi.

Lo fa portando sullo schermo il caso della presunta spia sovietica Rudolf Abel, catturato dall’FBI a New York nel 1957 e condannato a 30 anni di reclusione per spionaggio. La difesa assunta gioco forza dal brillante avvocato specializzato in diritto assicurativo James Donovan per volontà governativa, diventa nel film metafora della perfettibilità del sistema giuridico americano, che punta ad assicurare anche al peggiore dei criminali, la miglior difesa possibile. Non come quei mangiabambini dei sovietici che tra applausi e grida di giubilo condannano a dieci anni di reclusione Francis Gary Powers, giovane pilota americano il cui aereo spia U-2 viene abbattuto durante un’operazione sopra i cieli dell’Unione Sovietica.Il-Ponte-delle-Spie-poster

James Donovan, come Cary Grant in Intrigo Internazionale di Alfred Hitchcock, si ritrova da uomo qualunque all’interno di una serie di eventi molto più grandi di lui, di cui non riesce a capire appieno i confini e le regole, ma dove impara a muoversi con una certa e rapida disinvoltura, fino a riuscire a portare a termine la missione governativa anche oltre il ritusltato minimo richiesto.

Il film funziona nella prima parte, quando cioè l’attenzione di regista e spettatori è rivolta al caso Rudolf Abel, presunta spia, sottoposto a presunto giusto processo – “Ogni uomo merita una difesa, ogni uomo conta!” – mentre il popolo americano chiede anzi pretende, la condanna a morte dell’uomo, fino alla consultazione della Corte Suprema a cui si spinge l’idealista Donovan interpretato da un appesantito e distratto Tom Hanks.
Quando invece l’attenzione si sposta su quest’ultimo, sul gioco tra spie, tra veri e presunti e falsi mediatori, tra partite e contropartite, la logica drammaturgica inzia a mostrare i primi scompensi, lo spirito nazionalista americano minaccia di esondare in più di un’occasione e l’uomo qualunque piccolo borghese si trasforma in una via di mezzo tra James Bond e Robert Langdon (personaggio interpretato dallo stesso Hanks in Il Codice da Vinci).

A questo punto il film inzia a deragliare verso una prevedibilità sconfortante, a tutta velocità verso un happy ending mai in discussione ma più facilone di quanto non si potesse pensare inizialmente (vista la sceneggiatura firmata dai fratelli Ethan e Joel Coen) quando l’interesse della storia era rivolta al rapporto nascente di diffidenza prima e stima poi tra la spia ed il suo avvocato, all’etica di una ‘professione’ basata sull’inganno ma giustificata dai tempi di guerra, soldati che combattono non con le armi ma con le informazioni. Tutti ingredienti che rimangono su uno sfondo opacizzato a favore di un intrigo che punta a Le Carrè ma atterra rasente il suolo, con un finale (il famoso ponte di cui il titolo) chiuso con una risoluzione degna più di John McClane in Die Hard che non dell’autore di Schindler’s List.

Titolo italianoIl ponte delle spie
Titolo originaleBridge of Spies
RegiaSteven Spielberg
SceneggiaturaMatt Charman, Joel ed Ethan Coen
FotografiaJanusz Kaminski
MontaggioMichael Kahn
ScenografiaAdam Stockhausen
CostumiKasia Walicka-Maimone
MusicaThomas Newman
CastTom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Alan Alda, Austin Stowell, Scott Shepherd, Jesse Plemons, Domenick Lombardozzi, Sebastian Koch, Eve Hewson, Will Rogers, Dakin Matthews
ProduzioneAmblin Entertainment, DreamWorks SKG, Fox 2000 Pictures, Marc Platt Productions, Participant Media, Reliance Entertainment, Studio Babelsberg, Touchstone Pictures
Anno2015
NazioneUSA
GenereThriller
Durata140'
Distribuzione20th Century Fox
Uscita16 dicembre 2015