Chiariamolo subito: qui i “cuori infranti” c’entrano poco o nulla. Come spesso accade, la risposta italiana all’ermetico titolo originale francese (“Asphalte”) la butta sul sentimentale. Il condominio è al centro del film, ma le storie che lo abitano non parlano tanto di amori fallimentari o potenziali: sono piuttosto storie di fraternità, sono incontri fra solitudini, che scorrono parallelamente e fortuitamente si incrociano, per pochi istanti.

Un grande palazzo così degradato che sembra già mezzo demolito – o forse non è stato mai terminato. Un’estrema, grigia periferia: un buco nero nel quale i personaggi si ritrovano invischiati e nel quale inseguono tentativi di movimento: ecco l’ascensore e la cyclette, la bicicletta e la sedia a locandinarotelle, e perfino il tapirulan sull’astronave. Anime che sembrano aver perso il senso dell’orientamento, come fossero capitate lì per caso: il condomino scorbutico che vaga di notte all’ospedale; l’attrice in crisi, che resta chiusa fuori casa; l’astronauta spaesato che piove letteralmente dal cielo.
Il cast è eccellente, a partire da un’Isabelle Huppert che guarda se stessa nei film del passato; e poi, i volti intensi di Jules Benchetrit, figlio del regista, di tardoadolescenziale bellezza, o di Tassadit Mandi, nel ruolo della commovente signora araba che dedica all’inaspettato ospite americano (Michael Pitt) tutto il proprio amore materno.

Il regista Samuel Benchetrit pedina dolcemente i bizzarri protagonisti, che trae da due suoi racconti, accompagnandoli con malinconiche note di pianoforte. Ci sono, nel suo sguardo, un realismo sommesso e lieve, ma soprattutto l’attenzione a cogliere quel miracolo surreale che i microavvenimenti della vita quotidiana possono riservare: siamo, per intenderci, più vicini a Kaurismaki che ai Dardenne; con qualche raffinato tocco da nouvelle vague, come nell’inquadratura riflessa sullo schermo del televisore spento.

C’è, però, anche molto di irrisolto. Film delicato e ironico, Il condominio dei cuori infranti incornicia una serie di situazioni paradossali, ma poi non scende in profondità nella vita dei personaggi, non racconta molto su di loro, sul loro passato, sulle motivazioni che li spingono. La regia dissemina enigmatici indizi: un’auto che passa con lo stereo a tutto volume, un rumore sinistro, un tubo che perde, un cumulo di macerie. Alla fine, tutto rimane sospeso; come un palazzo a metà, come uno squarcio fugace su una colata di asfalto: su un desolato angolo di esistenza, sulla tenera umanità della banlieue.

Titolo originaleAsphalte
RegiaSamuel Benchetrit
SceneggiaturaSamuel Benchetrit e Gabor Rassov
FotografiaPierre Aïm (AFC)
MontaggioThomas Fernandez
ScenografiaJean Moulin
CostumiMimi Lempicka
MusicaRaphaël
CastIsabelle Huppert, Gustave Kervern, Valeria Bruni-Tedeschi, Tassadit Mandi, Jules Benchetrit, Michael Pitt, Michaël Graehling, Larouci Didi, Abdelmadjid Barja, Thierry Gimenez
ProduzioneLA CAMERA DELUXE, MAJE PRODUCTIONS, SINGLE MAN PRODUCTIONS
Anno2015
NazioneFrancia
GenereCommedia
Durata100'
DistribuzioneCINEMA
Uscita24 marzo 2016